BOIFAVA Bernardino ( Ghedi, 23 maggio 1888 - Forlì, 15 dicembre 1953)
Nato a Ghedi il 23 maggio 1888 nella famiglia contadina di Francesco e di Domenica Poffa, domiciliati nella modesta casetta di via Palazzo 18, fu salutato con gioia, finalmente maschio, venuto ad allietare la corona delle quattro figlie dei coniugi Boifava. Viene condotto al fonte battesimale della parrocchiale ghedese il 24 maggio e qui, per mano del curato Ragni, gli viene imposto il nome di Bernardino Desiderio. Venuto il momento della frequenza alla scuola elementare, il piccolo Bernardino, a sette anni compiuti, viene affidato con altri settantaquattro compagni, alla guida del maestro Girolamo Riva. t l'anno scolastico 1895-96. Gli è compagno di classe Davide Bonardi, che diverrà illustre avvocato e filantropo. Il profitto è discreto, anche se non proprio brillante, ma le votazioni riportate nel "comportamento" anticipano la vivacità del suo carattere indipendente. Inspiegabilmente, non risulta frequentare l'anno successivo (una malattia?). Nel 1897-98 con il maestro Matteo Simoncelli supera la classe seconda e nel 1898-99 frequenta la terza col maestro Nobile Giovanni Bargnani, conseguendo il "proscioglimento" dall'obbligo scolastico. I genitori lo iscrivono poi alla classe quarta del maestro Luigi Bonardi (soltanto alcuni privilegiati potevano permettersi il proseguimento degli studi sino alla quinta), ma dopo qualche mese di frequenza saltuaria. l'estrema irrequietezza ed il conseguente scarso profitto consigliano la famiglia di ritirarlo dalla scuola (4: il ragazzo seguirà il destino dei più: l'umile lavoro dei campi. Ci risulta alquanto disagevole ricostruire la vita e gli avvenimenti, magari determinanti, della fanciullezza e della giovinezza del nostro scultore: sappiamo soltanto ciò che si più faticosamente spigolare nella stampa del tempo, tra le carte della famiglia o che si può raccogliere dalle testimonianze che, con fine sentimento d'amor filiale, Lidia e Pier Paolo Boifava hanno dedicato all'illustre genitore: "A otto anni portava a pascolare le oche, aiutando del suo meglio la famiglia, e fino ai diciassette lavorò la terra. Il che non gli impedì, spinto da innata passione per l'arte, di impiegare i suoi momenti liberi ad incidere, scolpire, modellare tutto quanto gli passava per le mani, traendone figure, fantocci o burattini .Queste notizie vengono confermate dalla stampa: Il giovane Bernardino Boifava appartenente ad una modestissima famiglia di contadini di Ghedi venne iniziato all'arte in un modo assai curioso. Giovanissimo ancora dimenticava con tutta facilità le fatiche impostegli dalla sua umile condizione per smarrirsi in rudimentali disegni, nel plasmare fantocci ed oggetti". Così trascorre la fanciullezza, fra il lavoro dei campi e le cure premurose della famiglia a maggioranza femminina. Ma l'illuminazione che doveva indicargli la strada futura nel campo affascinante dell'arte, avviene (a dire del musicista, scrittore e giornalista forlivese Archimede Montanelli, probabile amico ed estimatore dello scultore) nel 1904, a sedici anni, quando il giovanetto visita l'Esposizione Industriale Bresciana, vero profluvio e kermesse della prorompente Art Nouveau, visita che incide profondamente sull'animo del ragazzo e che ci piace immaginare compiuta di sfuggita, in bicicletta, sulle polverose strade sterrate del tempo, proprio quelle che magistralmente ci descrive il nostro Arturo Marpicati, quasi coetaneo ed amico del Boifava. Fu all'Esposizione del 1904 in Brescia che le tendenze latenti nella sua bell'anima d'artista si risvegliarono d'improvviso. Egli che fino ad allora si era trastullato a modellare fantocci e pigorini di creta pei bimbi della campagna, vide come per incanto schiudersi d'innanzi un orizzonte nuovo pieno di luce che tutto lo pervase, sicchè convinse il padre a trattenerlo in Brescia per dedicarsi interamente all'arte. Entrò con gioia nel Laboratorio del Righetti a modellare e a stuccare statue vecchie di legno tarlato, poi alla Scuola d'arte e mestieri dove l'aspettavano delusioni e trionfi. Ignaro come era di ogni seria cognizione d'arte, i primi concorsi fallirono, ma non lo scoraggiarono: godeva anzi dei progressi che andava notando nei suoi lavori di plastica sia pure attraverso contrarietà di scuola e di tendenza. L'illustre Zanelli rese finalmente giustizia al giovane studiosissimo, assegnandogli il premio Brozzoni pel suo saggio, uno studio del nudo in bassorilievo". Anche il quotidiano Il Cittadino di Brescia", nel riferire la notizia della vincita del Legato Brozzoni riportata dal giovane Boifava, conferma il racconto del trasferimento in città: "Al padre non poteva sfuggire il trasporto del figlio che anelava ad essere condotto in città per aver modo di darsi al sognato studio della scultura. Percìò un giorno, non sappiamo quanti anni fa, il padre Boifava, collocata con ogni cura in una sporta la figura di un Cristo tracciata dal figlio, se ne veniva con lui a Brescia e si presentava col saggio artistico allo scultore Emilio Righetti chiedendo di affidargli il suo giovane artista. Il Righetti, da provetto artista, intravide nel rudimentale lavoro quell'attitudine artistica che presto si sviluppò nel giovane Boifava, facendo di lui un sempre migliore elemento nel laboratorio ove rimane tuttora". E' giunto il momento di lasciare le occupazioni dei c'ampi per seguire la vocazione artistica, finalmente manifestatasi in maniera chiara e prepotente. Siamo nel 1905. Nella bottega d'intaglio e scultura in legno del Righetti il Boifava apprende i primi accorgimenti del mestiere, dedicandosi a lavori di restauro e di invenzione, soprattutto in legno: è di questo periodo giovanile la sua prima opera nota, la statua lignea della Beata Vergine del Rosario per la chiesa di San Varano di Forlì una dolce Madonna in trono col Bimbo in braccio, d'impronta classicheggiante. Contemporaneamente la sete di apprendere lo spinge a frequentare la Scuola d'Arte e Mestieri "Moretto", vero vivaio degli artisti bresciani del tempo. Qui, riporta il già citato Montanelli, l'aspettavano delusioni e trionfi. Ignaro come era di ogni cognizione d'arte, i primi concorsi fallirono, ma non lo scoraggiarono: godeva anzi dei progressi che andava notando nei suoi lavori di plastica, sia pure attraverso contrarietà di scuola e di tendenza". Quali siano queste contrarietà è difficile dire; ma, confrontando i giudizi contrastanti espressi dalla stampa bresciana a proposito del premio per il Legato Brozzoni del 1912, par di comprendere le amarezze del giovane scultore ventiquattrenne. Il lascito per il Legato Brozzoni era stato istituito con testamento 23 gennaio 1863 dal ricco collezionista d'arte Camillo Brozzoni allo scopo di "pensionare convenientemente giovani di buone speranze della città e provincia di Brescia che attendano agli studi delle belle arti". L'ambito premio consisteva in una dotazione di millecinquecento lire all'anno, per la durata di un triennio, sufficienti per frequentare corsi regolari presso un'Accademia di Belle Arti: il concorso permetteva, quindi, di assicurarsi i mezzi per un avvenire certo. Il premio veniva assegnato ad un giovane artista (pittore, scultore, architetto) che, al termine di sei giorni di lavoro, avesse presentato un'opera giudicata meritevole da una giuria. Il verdetto diveniva esecutivo dopo che la Giunta Municipale cittadina aveva approvato l'esito. Il Boifava vi concorre, senza successo, due volte. Finalmente, nel 1912, al terzo tentativo giunge il successo perseguito con tenace volontà; successo tuttavia amareggìato da qualche critica poco favorevole. L'opera presentata è uno Studio di nudo a bassorilievo. Il Cittadino di Brescia", tramite il proprio anonimo articolista, esalta il valore del Nostro, innalzandolo nettamente al di sopra degli altri concorrenti, per i quali ha parole di duro rimprovero: 'Tacendo infatti eccezione per il giovane vincitore che ha dimostrato col suo lavoro di possedere doti che sono una brillante promessa per il suo avvenire, bisogna riconoscere che ìn generale gli altri concorrenti non si sono sufficientemente preparati ed hanno dato delle produzioni che mancano, non diciamo di rivelazìone estetica che non si può esigere da quelli che ancora studiano, ma persino di una tecnica artistica un po' meno che elementare". Non è così favorevole "La Provincia di Brescia" che scrive: "Dopo il giudizio abbiamo potuto vedere i lavori fatti. Dirò innanzìtutto che tutti i concorrenti furono - a mìo parere - scadenti. Un accento indovìnato di colore o di forma, non può coprire delle essenziali manchevolezze. Forse il vincitore riuscì tale perchè non arrischiò niente, accontentandosì di modellare schematicamente un contorno di creta. Il suo nudo è appena sensibilmente formato e sebbene sia indovinato appare malsicuro. Dei concorrenti è tuttavia il più equilìbrato e sì merita il suo premio essendo palesemente il migliore". Un giudizio, come si vede, contradditorio, dettato forse da qualche malanìmo fra gli addetti ai lavori. Importante è la presenza nella giuria del grande scultore gardesano Angelo Zanelli, affermato ed assurto a grande fama per avere da poco condotto ad esecuzione (1911) l'immenso fregio per il sottobasamento della statua equestre di Vittorìo Emanuele Il all'Altare della Patria. Il giudizio dello Zanelli (che a sua volta nel 1898 aveva superato l'edizione del pensionato Brozzoni, aprendosi la strada per l'Accademia fiorentina prima, per quella romana poi, e che probabilmente grazie a questo aiuto finanziario era stato sollevato oltre l'angusto ambiente provincìale e condotto a tanta altezza) dovette essere determinante. Infatti, intervistato dall'anonimo articolista de "La Provincia di Brescia" del 30 agosto, a proposito del giovane vincitore esprimeva il suo "compiacìmento non tanto per le qualità intrinseche del lavoro fatto, ma per la delicata espressione raggiunta con mezzi inefficaci: infatti il Boifava, statuario in legno nel laboratorio del signor Emilio Righetti, non ha mai studiato col modello per il modo, ma si è sempre servito di calchi. La sua prova, dunque, per questo rispetto acquista una certa importanza e rileva un senso acuto di equilibrio e di proporzione". A Brescia le opere dei sei concorrenti del pensionato Brozzoni, alcuni dei quali diverranno poi celebri artisti come lo scultore Claudio Botta e il pittore Giulio Cantoni, rimangono esposte al pubblico per cinque giorni. Anche le autorità ghedesi vogliono felicitarsi col bravo concittadino e non trovano di meglio che invitarlo, il neo sindaco comm. Chiodarelli in testa, presso l'Albergo del Leone "per offrire una bicchierata" in onore del gìovane festeggiato. E' con il viatico dello Zanelli che Bernardino Boifava affronta il grande salto nella qualità e si iscrive ai corsi dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. Frequenta i corsi biennali di scultura, seguendo dapprima la guida illuminata, anche se breve. del professor Augusto Rivalta (Alessandria 1837 o Genova 1835 - Firenze 1925), scultore di piacevole indirizzo naturalistico, autore di monumenti civìli e funerari, "d'impostazione grandiosa, di potente e forte modellatura". E' altresì autore di molti busti di personaggi ìllustri del tempo e di piccoli gruppi scultorei "di centauri, di fauni. di ninfe, che sono le sue più seducenti creazioni delle quali il senso veristico della forma è sostenuto da una modellatura ardita e nervosa". Il Rívalta prende subito a benvolere il nostro studente ed è segno tangibile di questa predìlezione il ritratto che il maestro si fa eseguire dal giovane allievo. Già nel 1913, al Rivalta succede il siciliano Domenico Trentacoste (Palermo 1859 - Firenze 1933), valente medaglista, rìtrattista di gran fama, attento alle nuove tendenze culturali europee, ma pure innamorato dei classici del nostro Rinascimento. La sua arte è "pervasa di sentimento profondo e sincero, quasi sempre velato di malinconia, espresso attraverso una forma pura e armoniosa che fa pensare a uno scultore antico animato da un delicato sentimento moderno". L'influenza dei maestri incide positivamente sul Boifava, attento e desideroso di apprendere, cosicchè la sua formazione dìviene solida, anche se l'isolamento della provincia in cui sceglierà di ritirarsi lo farà arroccare su una posizione classico-naturalistica definitivamente accettata. Le sue opere future lo dimostreranno a sufficìenza. Scrive A. Montanellì nel 1921: Il Trentacoste intravide nel giovane Boìfava uno spirito audace d'innovatore e lo incoraggiò fortemente, pur contenendolo nella correttezza della linea, pernio di saggia scultura. Col maestro, frequenti erano le visite alle opere ìnsigni dei grandi che furono, ed ecco le osservazioni critiche, le utili controversie sgorgate limpide e serene dalle due menti illuminate dalla fiamma del genìo e dall'amore dell'arte". Sebbene espressi con gli accentì enfatici propri del tempo questi ricordi attestano la considerazione, la stima e la familiarità che il Boifava gode presso i maestri. Tanto più se guardiamo alle votazioni ed ai riconoscimenti riportati presso l'Accademia. Dagli Atti conservati presso tale istituzione risulta che lo studente Bernardino Boifava consegue la promozione, dal primo al secondo anno del Corso Speciale di Scultura, il 16 giugno 1914 con una votazione di trenta/ trentesimi. Gli viene riconosciuto come premio un viaggio d'istruzione a Venezia (con sosta a Padova nel ritorno). Nella commissione d'esame figurano i professori Alessandro Lipparini, G. Trentacoste e Domenico Trentacoste. All'esame di anatomia sostenuto il 15 giugno 1914 riporta ventìsette/ trentesimi. L'anno accademico successivo (1914-15) all'esame di scultura dal vero riporta ancora trenta /trentesimi e merita un altro viaggio premio che non potrà effettuare, perchè chiamato alle armi. All'esame di anatomia consegue nuovamente ventisette /trentesimi. Nella commissione, oltre a D. Trentacoste, è presente Raffaello Romanelli (Firenze 1856-1928), scultore di fama internazionale "fra gli eccellenti di quel periodo della nostra statuaria". Il Boifava si diploma col massimo dei voti, con un saggio che è un'ardita concezione artistica: Il giogo, raffigurante lo schiavo che spezza le catene. A parere del Montanelli questa scultura dovrebbe essere conservata nella Pinacoteca di Brescia, ma una ricerca condotta in tal senso non ha dato, almeno per ora, alcun riscontro. Nel medesimo anno 1915 il ventisettenne Boifava viene chiamato alle armi ed inviato, col proprio contingente fiorentino, all'11' Reggimento Fanteria di stanza a Forlì Da tale città non si allontanerà più per tutta la vita. Anche sotto le armi, pur non inviato al fronte, ha modo di distinguersi per ardimento, indice della sua indole generosa e schietta: merita una menzione di benemerenza ufficiale, pubblicata nell'ordine del giorno del 2 luglio 1917, per aver contribuito a rendere innocuo un pazzo che minacciava l'incolumità dei passanti. Un bozzetto biografico di questo periodo ci viene offerto, con felice vena narrativa, dal più volte citato Archimede Montanelli e ci piace ripren~ derlo in queste note per meglio delineare la figura del Maestro: In un giorno d'estate del 1916 un folto gruppo di villeggianti faceva circolo, sulla spiaggia di Rimini, attorno ad una colossale Venere... di sabbia che un giovanotto in costume da bagno si divertiva con evidente mano maestra a modellare: compiuta l'opera perfetta ed effimera, l'artista se n'era andato tranquillamente e ritornava poco dopo vestito da soldatino a godersi i commenti della folla che non l'aveva riconosciuto". Sempre il Montanelli, mettendo in evidenza il suo "bonario sorriso" così lo descrive: "modesto, ma colto e d'animo gentile, trovò a Forlì buoni amici e preziose conoscenze che lo accolsero e festeggiarono nei cittadini ritrovi: poichè Bernardino Boifava alla modesta riservatezza che lo rendeva quasi ignaro dell'altezza cui sarebbe giunto il suo nome, accoppia va una ferrea volontà e una ricchezza di sapere "Nozioni agiografiche", si potrebbe obiettare, tuttavia vale la pena di tenerne conto. "Alla luce di successive testimonianze, si può affermare che non sempre, nel corso degli anni, i suoi rapporti cori la città furono così agevoli, giacchè il temperamento forte e riservato, rifuggiva dalla mondanità, e, pur godendo di un diffuso credito, non aveva rapporti particolarmente stretti con gli artisti e gli intellettuali forlivesi, e fu spesso oggetto di involontarie polemiche". Terminata la Grande Guerra, il Boifava inizia una attività frenetica poichè, dicono le testimonianze, aveva "stupefacente la prestezza nell'abbozzare come la prontezza nel concepire". Del 1919 sono alcuni busti cìmiteriali ed il bozzetto con il quale concorre, classificandosi quarto su sedici partecipanti, per il progetto del monumento ai Caduti di Civitavecchia. Notevole il Ritratto del pittore Giovanni Marchini del 1920, conservato nella Pinacoteca Civica di Forlì, insieme ad un Ritratto di adolescente. Dello stesso periodo sono altri ritratti e busti di personaggi forlivesi appartenenti a collezioni private. Nel 1921 il Maestro invia il bozzetto per una Deposizione al concorso per la tomba Premoli, da erigersi nel Cimitero Vantiniano di Brescia, ma non ottiene successo. Tutte le opere indicate in precedenza, già rivelano la solida preparazione culturale classico naturalistica propria della scuola toscana. Numerosi i busti altamente espressivi tenuti in grande considerazione perchè "ammirevoli per la forza vibrante di vita e di poesia, per la robustezza incisiva dell'espressione, ottenuta senza sforzi, naturalmente, sì che i ritratti paiono persone viventi e balzanti dal marmo e dal bronzo". E' infatti proprio nella ritrattistica che lo Scultore riesce a dare alle sue teste "una verità toccante". Apparfiene alla produzione del 1921 anche La piccola nave, opera a grandezza naturale in marmo, rappresentante una Naiade fluttuante nel mare che, all'esposizione nel Salone d'Onore delle Riunite di Forlì, suscita lunghe polemiche e dibattiti, tra enormi dissensi ed altrettanto forti consensi, disorientando persino la critica ufficiale. Tra i favorevoli, il Montanelli così scrive: " ... passiamo ad ammirare cosa ancora pìù perfetta che il Boifava ha esposto ... cioè la Piccola nave bellissima figura di donna nuda, coricata bocconi, con le braccia conserte. Splendido studio di anatomia, nessun particolare vi è trascurato: l'impronta delle vertebre emergenti sul dorso, la tensione dei muscoli che ne sostengono il peso, la stessa curva dolcissima, flessuosa del corpo e la piega dei piedi i quali si sovrappongono, costituiscono un insieme di non comune bellezza cui aggiunge il bruno simpatico volto della donna nel mare". Con la stessa vena narrativa il Boifava realizza in questi'anni bassorilievi cimiteriali e commemorativi, fra cui un medaglione in bronzo con l'effigie di Dante Alighieri (1921) collocato alla base del campanile di San Mercuriale. Purtroppo, rimosso nel dopoguerra per i restauri della torre, risulta disperso. Nel 1922 porta a termine due medaglioni per il tenore Giuseppe Siboni ed il soprano Eugenia Tadolini Savorani. Alla ricerca di uno studio adeguato, ottiene dal Comune di Forlì parte della splendida chiesa camaldolese di S. Salvatore. E' qui che l'artista concepirà tutte le sue opere ed è qui che consumerà tutti i giorni della sua vita; per l'Artista S. Salvatore diventa studio ed abitazione. luogo del pensiero e dell'azione, del vivere faticoso di ogni giorno. Subito dopo la conclusione della Grande Guerra, inizia in tutta Italia la stagione del dovuto riconoscimento ai Caduti, stagione in cui si fa più acuta l'esaltazione nazionalistica del sacrificio e del valore patriottico. Ogni città, ogni paese vuole ricordare (spesso enfaticamente) i propri morti con segni tangibili di pietoso affetto. Siamo nel 1922 quando, da Rimini, il Comitato pro Monumento ai Caduti in guerra bandisce il concorso. Rispondono sette artisti con sedici progetti. La giuria segnala per un concorso di seconda istanza una terna di artisti formata dagli scultori Uno Gera di Roma, Ruggero Dondè di Verona e dal nostro Boifava che, già nella prima fase del concorso, era stato valutato con gli accenti più lusinghieri: Lo scultore Boifava, di Brescia, bozza l'idea di una ascesa a larghi gradi sino al simulacro dell'Eroe divinizzato che ancora sfida le forze avverse, in un sicuro, dritto gesto di minaccia, un gesto che è pure segnacolo di sola e suprema dedizione; Eroe che viene baciato dall'idea di Patria, di amore, di Vittoria; Eroe che nasce e balza e sta nel sasso e nel bronzo, vincitore sovrano e ostia immolantesi. Tale è il concetto che parve alla Giuria di travedere ed interpretare nella creazione del Boifava; e concetto che più magniloquentemente dica e meno indegnamente traduca, quale sia la gloria e la bellezza dei Caduti passati all'immortalità. Per questo: per la sinfonica sentimentalità del gruppo, per la sua linea buona da ogni lato si guardi; per l'insieme delle parti, con il largo piede che dà agio a parate e cerimonie di ricorrenza e donano grandiosità all'ara magnificatoria e per le proporzioni in sè, la Commissione si sofferma con speciale ammirazione su questo bozzetto, ma non così da poternelo dichiarare opera del tutto degna ad essere tradotta e prendere posto tra quelle insigni di cui va adorna Rimini de' Cesari e dei Malatesta". La somma messa a disposizione per l'erezione del monumento in marmo e bronzo" viene portata alla ragguardevole cifra di centomila lire, poichè si richiede una "maggiore grandiosità dei nuovi progetti" rispetto ai bozzetti precedentemente presentati. Va sottolineato che la Giuria aveva dichiarato la propria propensione per il progetto del Boifava perchè questi, "attenendosi all'idea dei larghi piani salienti a gradi limitati da scaglioni con un esempio frontale di ara della più sacra romanità nostra, assai meglio viene sviluppando il concetto solenne templario dove prostrarsi in devozione". Il secondo concorso si conclude il 10 marzo 1923 ed il responso è un'esaltazione trionfale del nostro Artista. La Giuria, entusiasta, invia il proprio verdetto al Comitato pro Monumento in questi termini: "Dinanzi ai saggi dello scultore Boifava, la Giuria ha provato di subito un senso di orientamento ed una libera e sicura espansione al proprio travaglio. Ha riconosciuto, ha sentito il modellatore franco, efficace, sincero, forte nella trattazione, rapido, palpitante nella creazione delle sue figure che invero dai modelli ignari e fermi, passano per l'occhio perspicace alla volontà dell'anima ardente, alla fattura tormentosa ed impaziente. Ha intraveduto nell'insieme, nel particolare, lo spirito dell'Artista, veemente, analitico, poeta e verista. Non v'è maniera, non v'è scuola; v'è tocco e sentimento spontanei dell'Artiere". E' tanta l'ammirazione che l'anonimo critico de "L'Ara" ci delinea un ritratto singolare dell'Artiere, come viene chiamato il Boifava: "L'Artiere. Così ci piace chiamarlo perchè lo ascoltammo parlare, deciso e duro come un fabbro; perchè lo vedemmo modellare e ridursi la materia col gesto prima di udirne la parola ed al pari efficace che con questa; perchè lo comprendemmo traverso le opere sue, sentite anche da noi nella bella schiettezza dell'espressione loro; unica espressione: quella del fattore che rivela in ogni tocco; ed ogni tocco è un volere, è un rendimento franco. afferrato dall'artista e non più sfuggitogli. Non altri se non chi ha da natura tale intuito e tale potenzialità visiva e di rendimento, può manifestarsi come dice di se e come noi si comprende nello scultore Boifava". Qual è il concetto che l'artísta ha voluto estrinsecare in questo monumento tutto incentrato sulI`Eroe divinizzato" imposto dal tema del concorso riminese? Ce lo spiega l'anonimo cronista de "L'Ausa" di Rimini, il quale riferisce che il collaudo del modello in dimensione reale, pronto per essere inviato alla fonderia, è avvenuto nello studio dello scultore a Forlì con esito favorevole: "Lo scultore Boifava ha dato forma concreta ad una visione di gloria che dal marmo e dal bronzo vibra come simbolo vivo, tanto nell'estremo sguardo dei caduti, come in quello dei superstiti... l'Eroe divinizzato sembra ancora sfidare le forze avverse in un sicuro gesto di minaccia e di suprema dedizione. E l'Eroe, che nasce e balza, vincitore e vittima, dal sasso e dal bronzo, viene confortato da una figura di donna che rappresenta l'idea di Patria, di Riconoscenza, di Vittoria. Nella creazione delle figure passa l'animo ardente dell'artista che le ha modellate colla bellezza delle linee maschie e forti e colla purezza dei nudi, che sono studiati con alto senso dell'arte, e si presentano al pubblico senza offendere le leggi della decenza e del pudore. L'osservatore prova subito un senso di sollievo dinanzi a queste linee di semplice e grandiosa romanità e l'animo si riposa in un'unica vìsione di bellezza e di poesia, che sarà resa più magnifica, nel luogo della erezione, dallo sfondo di conifere e dai calcoli visuali di distanza. di cielo e di verde". Il significato profondo dell'opera l'apprendiamo ancor meglio da una lettera del Boifava, indirizzata al sindaco di Rimini: "L'Eroe (non il guerriero) da me concepito non lascia cadere nè abbandona il braccio con lo scudo, ma bensì lo stringe con forza nel pugno, allontanandolo dal petto in atto di offrirsi alla patria. Inoltre non si tratta di una donna in atteggiamento pietoso; ma bensì la figura rappresenta la Gloria che. lasciate le vesti terrene, s'innalza nella purezza della luce e sfiora con un bacio il fronte dell'eroe. E' la visione foscoliana ne Le Grazie. Quindi nessun concetto esclusivamente religioso ma comunque solo religione di patria". Ma tutto non va elegíacamente cime sembra: il diavolo ci mette la coda. Un po' per difficoltà pecuniarie, un po' per quelle vesti lasciate cadere che destano i pruriti dei benpensanti (erano state distribuite inopinatamente fotografie di particolarì del monumento), dopo il primo entusiasmo, gli animi dei riminesi si riscaldano. Inizia una lunghissima, intricata diatriba tra il Comitato pro Monumento, le autorità civìli e religiose (che in nome dell'ordine morale e del decoro, insistono presso lo scultore perchè apportì quelle aggiunte necessarie a rendere pìù castigata la figura femminile e più coperta quella maschile) e il Boifava che, con durissima resìstenza e riottose ribellioni giunte sino alle diffide legali, rivendica gelosamente, ma a ragione, la propria libertà d'artista: la sua opera è frutto di arte purissima, quindi non si può svilire con ritocchi od aggiunte di sorta; nessuno osi mettervi mano, afferma ripetutamente il Maestro. Così il modello in gesso, approvato nel dicembre 1923, viene condotto e dell'artista, nella convinzione che la vicenda riminese, iniziata nel 1923 e conclusa nel 1926, abbia contribuito a segnare il carattere del Nostro che, dopo quella esperienza, diviene sempre più schivo ed appartato. Nel 1923, quando è ancora alle prese con le discussioni riminesi, Boifava viene contattato dalla Commissione per l'erezione di un Monumento ai Caduti Ghedesi alla quale lo scultore risponde esprimendo la volontà di "dare alla sua Ghedi il più bel frutto de' suoi lunghissimi studi", ma avanzando anche qualche preoccupazione: ... per dovere civico presterò ugualmente l'opera mia tendendo le forze sin dove arrivano anche col dubbio, non vano, che la mia opera, benchè di fine fattura, ma per la minuscola mole che la spesa consiglia dovrà sembrare un umile paracarro, sperduto nel vuoto; ovvero un occulto simulacro tra gli alberi" (44): la spesa prevista era di sole venticinquemila lire. Inizia così la storia del nostro Monumento ai Caduti che, sebbene di dimensioni più modeste, nell'impostazione della figura maschile (il Sacrificio Latino) richiama da vicino quella dell'Eroe di Rimini. Entrambi i monumenti hanno l'afflato di un'ascensione verticale spiccata; in entrambi la figura allegorica, assisa su un'ara romana simbolica, si protende in dono di sè alla Patria. E' evidente l'adesione totale all'enfasi patriottico-nazionalistica del tempo. Il contratto viene stipulato nel Municipio di Ghedi l'8 maggio 1924, alla presenza del sindaco nob. ing. Guido Barbera e delle autorità cittadine. Il testo del contratto recita: Il prof. Bernardino Boifava si impegna a consegnare a piè d'opera sulla piazza Umberto I di Ghedi entro e non oltre il 4 ottobre 1924 un Monumento come dalla allegata fotografia, con basamento formato da gradinata in marmo scuro di Mazzano di tre o più gradini, sormontata da parallelepipedo massiccio levigato, su cui poggiano due figure in bronzo del peso da cinque a sei quintali". La fonderia Vignali di Firenze provvede alla fusione. L'inaugurazione del Monumento sulla piazza di Ghedi si svolge fra grandi festeggiamenti, domenica 11 ottobre 1925, contemporaneamente all'allestimento del Viale della Rimembranza, alberato per l'occasione con abeti, ciascuno dei quali reca la targhetta col nome di un Caduto. "La Sentinella Bresciana" scrive: "Con una giornata di fervido entusiasmo Ghedi ha celebrati domenica i suoi cento e otto caduti nella grande guerra, inaugurando il monumento a loro dedicato ed il Viale della Rimembranza. Benchè il ridente paese dell'aspra brughiera sia stato uno degli ultimi a ricordare con ségni imperituri i suoi prodi, tuttavia bisogna riconoscere che il ritardo è stato propizio, poichè il monumento ed il viale nulla hanno da invidiare ai più bei ricordi ai Caduti eretti finora negli altri centri della provincia: il monumento costituito da un gruppo bronzeo rappresentante il Sacrificio Latino - un soldato eretto con le mani giunte sul petto che stringono il pugnale, ed una figura di donna in gramaglie accosciata al suo fianco - montato su un grande basamento di marmo lucido, è opera meravigliosa dello scultore ghedese professor Bernardino Boifava e sorge in piazza Umberto I, tra una ridente corona di giardini". "Il Popolo di Brescia" aggiunge con trasporto esagerato che il monumento "non è opera banale quotidianamente inaugurata, ma è un lavoro che raduna in sè moltissimi non comuni pregi. Si ha la sensazione di trovarci di fronte ad una visione poetica, vibrante di vita, di sentimento, di gentilezza. Senza alcun dubbio il monumento di Ghedi è uno dei pochi e più belli d'Italia". Il discorso ufficiale è tenuto da Arturo Marpicati alla presenza di illustri invitati, tra i quali l'on. Augusto Turati, l'avv. Cirillo Bonardi, il fratello Attilio Bonardi ed il comandante dell'aeroporto ghedese. Anche da quest'opera lo spirito inquieto del Boifava non raccoglierà che amarezze. Già pronta nel novembre 1924 , per incomprensioni, contrasti sempre di carattere economico e discussioni infinite, che si possono cogliere nel voluminoso carteggio conservato presso l'Archivio Storico Comunale di Ghedi si giungerà all'inaugurazione solo nel 1925. Il Maestro, esprimendo tutta la propria amarezza verso il Comitato ghedese che non comprende le sue difficoltà finanziarie e non vuole concedergli anticipi, lamenta che lo stesso non agisce come "chi interpretando l'animo degli Artisti innamorati della propria Arte li perdona in alcune loro distrazioni.... 1 suoi componenti non hanno mai vissuto un palmo lontano dal loro campanile... Se per loro la pappa scodellatagli dagli avi lì sotto la cappa del camino non mancò mai d'essergli pronta calda e saporita, mancò spesso invece a chi vive talvolta con la testa tra le nubi e naturalmente un bel po' al di sopra e non sempre sulla mangiatoia.... Mi dispiace d'esser tanto ironico, ma non è pur sempre ironia anche gli stessi elogi alla mia opera quando io autore della stessa sono in tutto contrastato nelle aspirazioni del miglior compimento?". Ma le peripezie del Nostro non finiscono con l'inaugurazione: lo scultore stesso racconta cosa accadde a distanza di anni: "Dopo il collaudo dell'opera in creta nel mio studio in Forlì compiuto da quel sindaco e dal Professor Arturo Marpicati proseguii pacificamente l'opera sino alla consegna sulla piazza di Ghedi di tutti i pezzi pronti per la messa in posa che, in pieno contrasto con la libertà promessami fu orientato a ponente anzichè a mezzogiorno come la mia concessione stabiliva. Perciò non misi più piede in Ghedi dove naqui 63 anni, or sono, per ben 26 anni". Lo scultore, fermo nel suo proposito, mancò infatti all'inaugurazione. Nel 1951 il sindaco, cav. Attilio Bonardi, in occasione dello spostamento del gruppo monumentale in altro canto della piazza e della costruzione dell'esedra con le lapidi ricordo dei Caduti, invita il Boifava alla nuova inaugurazione, annunciandogli di aver orientato il monumento nel modo dallo scultore desiderato. Ma, ahimè, scrive il Nostro: "Quell'errore per quanto grave consisteva solo nella orientazione a ponente anzichè a sud e fu motivo della mia accorata indignazione.... Ora per aver ottemperato, come lui scrive, al mio vecchio desiderio di veder l'opera voltata a sud, sono stato invitato ad onorare con la mia presenza la inaugurazione del più grande delitto che si possa compiere in danno dell'Arte e della peggior offesa alla memoria degli Eroi a cui fu dedicata l'opera d'arte da me compiuta col più religioso e profondo amore a ricordare ed esaltare la Bella Morte dei miei amici e compagni d'infanzia. Questo perchè il monumento oltre ad essere mutilato di gran parte dell'architettura basamentale atta ad integrare l'armonia dell'intera mole. è collocato semi nascosto in una frivola esedra in mattoni che nulla fa pensare possa durare più di un decennio". Per questo motivo lo scultore si rivolge al prefetto di Brescia reclamandone buoni uffici per la restituzione del monumento alla sede precedente. La diatriba si interromperà, per la morte del Boifava, avvenuta nel dicembre 1953. Fra il 1923 ed il 1928 numerosissimi sono i lavori forlìvesi fra i quali il bassorilievo col ritratto del medico professor Luigi Babacci per l'Ospedale Civile e molti altri per decorazioni cimiteriali. Nel 1926 il Boifava riceve l'incarico per il Monumento aí Cadutí di Santarcangelo di Romagna che interpreta classicamente ispirandosi al motto spartano "O con questo o su questo!", espressione con la quale il guerriero antico giurava di non venir meno nella difesa della patria, cioè di vincere o morire, non mai di abbandonare lo scudo per viltà davanti al nemico. E' proprio su questo scudo che l'Autore raffigura il soldato caduto, trasportato dalla madre e dalla sposa dolenti, di ritorno dal campo di battaglia. Anche questa, come il monumento di Rimini, è un'opera colossale: solo il gruppo bronzeo misura tre metri d'altezza; il preventivo di spesa era fissato in centomila lire. E' inaugurato nel 1928. Nel 1929 viene bandito il concorso fra tutte le province italiane per le statue degli atleti da apporre allo stadio del Foro Mussolini in Roma. Anche Boifava, delegato dalla provincia di Forli a rappresentarla, invia un modello in gesso raffigurante Il Pilibulus, ossia il giocatore nell'atto di ricevere il pallone da colpire e rimandare tramite un bracciale dentato che gli avvolge il polso, secondo un antico gioco popolare tipico della Romagna. La statua deve piacere, se Il Giornale d'Italia" dell'8 marzo 1930 ne pubblica la fotografia, pur senza citarne l'autore. Inviata a Roma. l'opera si perde nei meandri del Ministero della Educazione Nazionale e, malgrado le ricerche intraprese con la mediazione dell'amico Arturo Marpicati, non viene più rinvenuta. Se ne troverà una copia, una brutta copia malamente falsificata, giunta inspiegabilmente presso il Comitato provinciale dell'Opera Nazionale Balilla di Carrara, che il Boifava non ritirerà, non riconoscendola come propria. Su diretto invito della famiglia Mussolini, nel 1929 intaglia in legno la statua di Santa Rosa da Lima per la chiesa omonima di Predappio Nuova. dedicata alla madre del Duce, opera di calma e dolce semplicità. Risalgono al 1930 la grande targa in marmo rosa di Candoglia in onore di Domenico e Lorenzo Ricci per l'Ospedale di Premilcuore ed il monumento funerario perla famiglia Montanari nel cimitero di Castrocaro. Nel medesimo anno concepisce l'idea di una mole semplice e grande" per il Monumento ai Caduti ed alla Vittoria di Forlì: un possente "cavallo, simbolo del cammino, reca in groppa l'eroe vittorioso che, con la daga in pugno, saluta romanamente.... Si libra dietro di lui la sua Gloria seminuda, e i veli che le cadono stanno ad affermare che nulla più deve offuscarla e renderla incerta e sconosciuta". Ma viene approvato il progetto dell'architetto Bazzani, il cui lavoro prevede l'intervento di più mani: al Boifava sono commissionati quattro bassorilievi. Il nostro scultore sceglie personalmente i soggetti da scolpire in pietra di Botticino: L'Assalto, La Difesa, Il Sacrificio, La Pace vittoríosa. Il monumento è inaugurato il 30 ottobre 1932 alla presenza del Duce che si complimenta col nostro autore. Nel 1933 realizza un'erma monumentale a Sandro Italico Mussolini per una colonia di Marebello di Rimini; subito dopo anche il Municipio di Forlì lo incarica di modellare il ritratto del giovane da collocare nel giardino della rocca di Ravaldino in città, opera convincente, tanto che il cronista de Il Popolo dì Romagna" definirà il Boifava "scultore drammatico, epico, eroico", sottolineando come l'autore "qui abbia fatto vibrare la nota di un lirismo in minore, libero da ricercati tecnicismi e da stilismi compiacenti. E' stato umano". Nel 1941 modella, per il Collegio Aeronautico di Forlì, le maschere di tre eroi romagnoli dell'aeronautica: i fratelli Ido e Nino Zanetti e Ivo Oliveti. Alla Mostra d'arte del Dopolavoro Forlivese, organizzata dallo stesso Boifava nel 1942, lo scultore espone alcuni notevoli ritratti, fra cui quello di un personaggio caratteristico della città, una macchietta, intitolato Il burlone, ma che tutti conoscono come Lo zoppo di Vittorio. Questo lavoro, eseguito fin dal 1938, sembra venga acquistato dal Duce proprio in occasione della mostra. Alla 1° Mostra Provinciale d'Arte Forlivese (1946), organizzata ancora dal Boifava, questi presenta un bozzetto d'argomento mitologico: Gea sotto il raggio fecondatore, un nudo femminile di audace inventiva, eseguito, forse, fin dal 1943. Per il fonte battesimale della basilica di San Mercuriale in Forlì prepara il modello per una statua di San Giovanni Battista fanciullo, per la cui esecuzione lo scultore si serve di un bimbo come modello, raggiungendo un risultato di gradevole naturalezza. La statua che dovrebbe essere fusa in bronzo, rimane a lungo esposta nella chiesa, nell'intento di raccogliere i fondi necessari (1949). Purtroppo ciò non avviene, cosicchè al Boifava, amareggiato, non rimane che riprendersi nello studio la propria creatura. La ripresenterà al pubblico nel 1951, in occasione della Mostra della Primavera Romagnola, ricevendone lodi, ma non vorrà mai più separarsene nonostante le ricorrenti difficoltà economiche. Nel medesimo 1951 partecipa al concorso per un erigendo monumento alla Repubblica, da collocarsi nella Piazza VIII Agosto di Bologna. Il suo progetto è colossale: prevede un'altezza di otto metri. L'Autore stesso svela la natura della sua ispirazione nella Relazione accompagnatoria del bozzetto inviato alla Commissione giudicatrice: "Basandomi sulla Costituzione, atta a proteggere le libertà e i diritti del cittadino, ho voluto rappresentare la figura simbolica della Repubblica Italiana in atteggiamento più materno che ieratico, per cui essa, mentre con la sinistra tiene alta una fiaccola, con la destra si tiene accanto amorevolmente un bimbo cinquenne, simbolo della novella generazione destinata a godere i frutti della libertà riconquistata coi sacrifici e col lavoro". Purtroppo anche questo progetto non verrà realizzato. La produzione artistica del Boifava è vastissima. Forse impossibile ricordare gli innumerevoli lavori di fantasia o di copia dal vero raccolti in luoghi pubblici o dispersi nelle case private, dalle figure mitologiche, ai ritratti naturalistici, tutti preceduti da studi grafici e da prove, da bozzetti veloci a carboncino o a matita: lavoro serio e immane che raramente si traduce in commissioni redditizie. L'Artista vive il rovello dell'arte, ma anche quello dell'indigenza. Abbiamo evidenziato come lo studio sia diventato anche casa, luogo di meditazione e di creazione frenetica, mai di guadagno sicuro. I problemi contingenti che lo affliggono e di cui tavolta si lamenta nella corrispondenza con i committenti, incidono sulla vita dello scultore che talvolta assume atteggiamenti d'intollerante ribellione e persino di stravaganza, ma non riusciranno mai a piegarlo ad una pe~ dissequa adesione, neppure durante il ventennio fascista, quando maggiormente doveva costare a chi aveva bisogno di pane, il non essere disposto al compromesso. Bernardino Boifava si spegne il 15 dicembre 1953 in quella città che gli era stata vicina per tanti anni e che dalle sue abili mani aveva ricevuto i doni di un grande amore. Riposa in quel Cimitero Urbano.
Tratto da "Bernardino Boifava" di Angelo Bonini.