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Storia e memoria

Breve storia del cimitero di Ghedi

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Prendendo spunto da alcuni articoli pubblicati sulla rivista “IL CAMMINO” di una decina di anni fa, del professore Angelo Bonini, nostro storico locale, dal titolo “Il nostro cimitero tra cronaca e storia” 1^ e 2^ parte, si possono leggere interessanti notizie del nostro cimitero, fin dai tempi dell’Editto di S.Cloud di Napoleone Bonaparte e che qui riassumerò brevemente in ordine cronologico e per portare a conoscenza di tutti:

1804 L’ Editto di Saint Cloud stabilisce che i cimiteri devono essere esterni al centro abitato.

L’ amministrazione comunale di allora di tipo “Progressista, filofrancese anticlericale” decise la nuova collocazione vicino alla chiesetta dei morti di peste del 1630, ora Santuario di S.Rocco.

La benedizione del nuovo cimitero si ebbe l’8 dicembre 1809, festa dell’Immacolata, per mano dell’arciprete Orazio Tedoldi. 
I Fabbricieri dovevano vigilare affinchè nessun cadavere venisse inumato vicino alle chiese. 
Il primo defunto varcò la soglia del cimitero il 17 dicembre 1809, si chiamava G.Battista Pollino di anni 58 morto di pellagra. 
Il secondo defunto, Giacomo Tracconaglia, di anni 50, anch’egli morto di pellagra varcò il cimitero il 29 dicembre dello stesso anno.

Il cimitero inizialmente era un piccolo rettangolo di terreno con un antico viottolo chiamato Strada dei morti. Questa strada incrociava la strada per Montichiari, quella per Gavardo, quella di Montirone e quella per Calcinato. La linea ferroviaria Brescia Parma inagurata nel 1893 modificò solo in parte l’assetto topografico di allora.

Anno 1903, un semplice cancello si apriva sul piazzale e dava accesso al piccolo cimitero così come era dal 1809, un semplice recinto di 2600 metri quadrati, 30 per 87, all’inizio 30 per 40 metri era racchiuso da una muraglia sulla quale vi erano numerose epigrafi commemorative.

Il 16 settembre 1907 la Commissione Sanitaria visitò il cimitero, il quale era molto in disordine e ne propose l’ampliamento, inoltre avvertì il Prefetto di invitare l’amministrazione a curare il decoro e a provvedere all’apposizione dei cippi sulle singole sepolture così come prevedeva il regolamento all’art.57.

Il 10 febbraio 1903, il tecnico del comune, signor Girolomo Roversi, presentò un progetto di ampliamento per un totale di circa 4300 metri quadrati, 50 per 83. IL progetto era molto armonioso, ben studiato e calibrato con gusto architettonico vantiniano. Sembra che a questo progetto collaborò il grande architetto Luigi Arcioni (1841-1913), infatti nella delibera di giunta comunale, con Sindaco Enrico Zanetti del 9 dicembre 1909, con cui veniva approvato il regolamento, si nota un tratto di matita sul nome dell’ingegner Roversi. Più tardi compare su una risposta del Podestà Giuseppe Fossa ad una certa Maria Bellandi, che aveva fatto richiesta di costruire una cappella, il nome del progetto Arcioni-Roversi del 1903. Di questo progetto non si fece molto, il cimitero fu ampliato poco alla volta, i primi lavori iniziarono nel 1909.

Nel 1915 si chiedeva una lapide in memoria dei defunti sacerdoti. L’arciprete Enrico Mensi e la fabbriceria fornirono un lungo elenco, esattamente i defunti sacerdoti dal 1812 al 1914.

Nel 1912 erano cominciati gli spostamenti di alcuni monumenti di famiglia verso i vialetti interni, piramidi, cippi obelischi, alcuni sono moto interessanti.

Nel 1916 Roversi fece un nuovo progetto a causa dell’oscillazione dei prezzi. Il Comune di Ghedi diede l’appalto alla cooperativa edile di Ghedi con l’impresario Primo Ascolti, dopo un mutuo con la banca Mazzola e Perlasca.

Nel 1921, il nuovo tecnico del comune Achille Marangoni ristudiò il nuovo progetto del cimitero per il definitivo allargamento. Solo nel 1949 i lavori terminarono e a parte alcune cose, sembrava simile al progetto Arcioni- Roversi del 1903.

Il 20 settembre del 1922, il ministro dell’Interno chiede di cercare le salme di militari appartenenti agli eserciti alleati, ex nemici, prigionieri di guerra e internati civili in base al Trattato di Versailles e di Saint-German. Il Comune rispose riesumando 13 soldati austriaci.

Prosieguo dei lavori: 1924-25 l’ingegner Marangoni, costruzione dei loculi di fascia e di punta; 1927-1928 costruzione di 13 campate; 1933-34 l’ingegner Umberto Simoncelli, nonno del dottor Umberto Simoncelli, progettò e costruì le ultime 9 campate.

Nel 1934, sotto il podestà Attilio Bonardi, in una delibera del 18 maggio si accenna di ampliare il cimitero e le sue adiacenze in quanto luogo di presenza di molti pellegrini in visita al Tempio dei morti, luogo ritenuto miracoloso e proprio su questo argomento affronterò la prossima ricerca e visti anche i lavori ancora non terminati davanti alla chiesa di San Rocco

Nel 1933 l’ingegner Umberto Simoncelli presenta un progetto di sistemazione generale delle adiacenze del cimitero, molto interessante ma non se ne fece niente.

Nel 1937 vi furono altri lavori, nel 1939-40 sempre l’ingegner Simoncelli diresse la costruzione di 30 loculi; nel 1941-43 il geometra del comune Remo Bislenghi segue i lavori di 54 loculi; 1946-47 ancora 16 campate e con lo stesso geometra; nel 1948, 30 loculi di punta; nel 1949, 20 loculi di fascia; il 15 marzo 1952, il tecnico del comune Giuliano Franzoni presenta una relazione, seguendo il progetto di Bislenghi, per costruire colombari nel 2° cimitero e 13 campate per ogni lato est ed ovest del tutto simili a quelle del vecchio cimitero, i lavori vengono eseguiti fra il 1952 e il 1954. L’aumento della popolazione costringerà l’amministrazione ad allestire una terza areacimiteriale, tale opera viene conclusa nel 1984, una quarta opera progettata dagli ingegnieri Luigi e Carlo Zappa è stata completata nel 1996, altre opere iniziate e completate sono di quest’ultimi anni, altre opere di allargamento saranno a breve eseguite.

Piccolo Carmine

Inaugurazione scuole elementari

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dal  GIORNALE  DI  BRESCIA   Giovedì 20 marzo 1975

Inaugurate a Ghedi le opere scolastiche attuate in 5 anni

Benedetta la bandiera tricolore degli internati dei lager - L'intervento del ministro Pedini ha richiamato i valori della guerra partigiana - Un invito ai giovani per l'Europa di domani

 

Mattinata densa dì cerimonie quelle di oggi a Ghedi per l'inaugurazione delle strutture scolastiche realizzate nel quinquennio dalla Amministrazione comunale e per la benedizione della nuova bandiera della sezione ex internati nei campi di concentramento tedeschi. La duplice circostanza ha fatto confluire a Ghedí numerose autoritá accolte del sìndaco Adelino Rossi; il minístro on. Mario Pedini, i senatori Fabiano De Zan e Egidio Piasenti (presidente nazionale ex internati in Germania), gli onorevoll Allegri, Savoldi e Prandini; il presidente dell'Amministrazione provinciale avv. Gitti con i consiglieri Tinetti e Treccani, sindaci fra i quali: Leonardi di Orzinuovi, Lanzani di Dello, Marzocchi di Isorella. Folta anche la rappresentanza militare: il comandante del gruppo dei carabinieri  di Brescia, ten. Col. Losacco con il ten. Pomi di Verolanuova e il maresciallo Battiata dei carabinieri locali; il ten. Col. Narciso comandante il IV gruppo artiglieria di stanza a Ghedi, il col. Marcolini del presidio, il col. Capano del distretto; il comandante dall'aerobase Luciano Bonalumi e con il vice , col. Mangani. Inoltre esponenti di associazioni combattentistiche, d'arma e partigiane di Ghedi e della Bassa.

Le cerimonie hanno avuto inizio con l'inaugurazione della scuola materna; poi autorità, invitati e il numeroso pubblico hanno inaugurato la scuola media, le sedi del liceo scientifico della sezione staccata dell'Itis, sostando quindi al monumento ai Caduti, nella piazza, per discorsi celebrativi. Le cerimonie si sono concluse con la Messa celebrata da mons. Pernigo nella  parrocchiale, dove è stata benedetta la bandiera tricolore della sezione di Ghedi degli ex internati, madrine le signore Agostina Borgo Casali e Luigina Gheruzzi Benaglio.

Nei discorsi il significato delle manidfestazioni. Ha esordito il sindaco Rossi: «La scuola è stato il nostro obiettivo principale. Abbiamo realizzato gli edifici per la materna , le elementari con la direzione didattica, palestra per le medie, le sedi del Liceo scientifico (in attività da tre anni) e del biennio propedeutico dell'Itis (che si sollecita completi il ciclo con la specializzazione in chimica). In cinque anni si sono spesi un miliardo e 300 milioni di lire per la scuola. Con queste realizzazioni destinate ai giovani intendiamo celebrare i trent'anni della Resistenza e onorare il sacrificio degli ex internati che stimolano la scuola ad approfondire i fatti della lotta per la libertà combattuta sulle montagne e fra i reticolati guardati a vista dai mitra del nazifascismo».

Dopo, il discorso del sindaco, la decana della scuola materna, madre Onorina, ha tagliato il nastro mentre alcuni bambini hanno offerto dei fiori alle autorità; quindi è stata la volta della scuola media. Qui attendevano autorità e pubblico i giovani dell' Atletica Ghedi: il gruppo è affiliato al settore propaganda del Coni ed ha Lucia Favalli (14 anni) e Carlo Baldoin (15 anni) direttore sportivo; vi porta il suo contributo di esperienza il prof. Lorenzo Treccani ionsegnante di educazione fisica.

Nella piazza, dinanzi al monumenti ai caduti (mentre la civica banda musicale diretta dal maestro Giuseppe Borghetti  prestava servizio d'onore unitamente ad un plotone di avieri e rappresentanze dell'esercito, dei carabinieri  e dei vigili urbani convenuti da centri della bassa anche per collaborare in servizi d'ordine) gli altri discorsi. Il dott. Giovanni Casali, a nome degli ex internati ha rievocato i tremendi momenti in prigionia ed ha commemorato le quindici vittime ghedesi dei lager nazisti: Pietro Baratti, Rino Bellini, Luigi Carrara, Domenico Contratti, Giuseppe Migliorati, Albino Luna, Pierino Ori, Francesco Pratini, Mario Rambaldini, Libero Treccani, Davide Contratti, Sereno lafranchi, Martino Pasini, Pietro Scalvini, Mattia Dander.

Il sen. Piasenti: «L'8 settembre segnava il crollo dell'Italia. Noi ex internati sceglievamo il campo di concentramento rifiutando collaborazione alla Repubblica sociale puntellata dalle baionette naziste. Abbiamo così costituito in seicentomila il nostro fronte di combattimento per la libertà e per la democrazia. E' qui il significato della nostra azione che ha voluto essere di apporto alla carta costituzionale laddove si esaltava la libertà non solo a parole nel rispetto della persona umana».

Il prof. Italo Gebbia, presidente provinciale degli internati , ha rivolto il ringraziamento ai presenti e a quanti hanno organizzato la mattinata di Ghedi che ha consentito di esprimere ancora la fede antifascista nei campi cintati di reticolati, hanno imparato a dare il vero significato  alla parola libertà. Il  ministro Pedini ha concluso gli interventi affermando che nell' attuale momento: «abbiamo bisogno ritrovare il senso del domani». Rivolgendosi agli ex internati : «siete stati tra i primi proponenti di una Costituzione per garantire libertà di pensiero e d'azione». Ai giovani: «Lavorate per costruire un' Europa migliore : trent'anni non sono passati invano: l'esperienza ci sia di monito perché il mondo intero abbia pace e fiducia nelle istituzioni».

Boifava Bernardino

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BOIFAVA Bernardino ( Ghedi, 23 maggio 1888 - Forlì, 15 dicembre 1953)

Nato a Ghedi il 23 maggio 1888 nella famiglia contadina di Francesco e di Domenica Poffa, domiciliati nella modesta casetta di via Palazzo 18, fu salutato con gioia, finalmente maschio, venuto ad allietare la corona delle quattro figlie dei coniugi Boifava. Viene condotto al fonte battesimale della parrocchiale ghedese il 24 maggio e qui, per mano del curato Ragni, gli viene imposto il nome di Bernardino Desiderio. Venuto il momento della frequenza alla scuola elementare, il piccolo Bernardino, a sette anni compiuti, viene affidato con altri settantaquattro compagni, alla guida del maestro Girolamo Riva. t l'anno scolastico 1895-96. Gli è compagno di classe Davide Bonardi, che diverrà illustre avvocato e filantropo. Il profitto è discreto, anche se non proprio brillante, ma le votazioni riportate nel "comportamento" anticipano la vivacità del suo carattere indipendente. Inspiegabilmente, non risulta frequentare l'anno successivo (una malattia?). Nel 1897-98 con il maestro Matteo Simoncelli supera la classe seconda e nel 1898-99 frequenta la terza col maestro Nobile Giovanni Bargnani, conseguendo il "proscioglimento" dall'obbligo scolastico. I genitori lo iscrivono poi alla classe quarta del maestro Luigi Bonardi (soltanto alcuni privilegiati potevano permettersi il proseguimento degli studi sino alla quinta), ma dopo qualche mese di frequenza saltuaria. l'estrema irrequietezza ed il conseguente scarso profitto consigliano la famiglia di ritirarlo dalla scuola (4: il ragazzo seguirà il destino dei più: l'umile lavoro dei campi. Ci risulta alquanto disagevole ricostruire la vita e gli avvenimenti, magari determinanti, della fanciullezza e della giovinezza del nostro scultore: sappiamo soltanto ciò che si più faticosamente spigolare nella stampa del tempo, tra le carte della famiglia o che si può raccogliere dalle testimonianze che, con fine sentimento d'amor filiale, Lidia e Pier Paolo Boifava hanno dedicato all'illustre genitore: "A otto anni portava a pascolare le oche, aiutando del suo meglio la famiglia, e fino ai diciassette lavorò la terra. Il che non gli impedì, spinto da innata passione per l'arte, di impiegare i suoi momenti liberi ad incidere, scolpire, modellare tutto quanto gli passava per le mani, traendone figure, fantocci o burattini .Queste notizie vengono confermate dalla stampa: Il giovane Bernardino Boifava appartenente ad una modestissima famiglia di contadini di Ghedi venne iniziato all'arte in un modo assai curioso. Giovanissimo ancora dimenticava con tutta facilità le fatiche impostegli dalla sua umile condizione per smarrirsi in rudimentali disegni, nel plasmare fantocci ed oggetti". Così trascorre la fanciullezza, fra il lavoro dei campi e le cure premurose della famiglia a maggioranza femminina. Ma l'illuminazione che doveva indicargli la strada futura nel campo affascinante dell'arte, avviene (a dire del musicista, scrittore e giornalista forlivese Archimede Montanelli, probabile amico ed estimatore dello scultore) nel 1904, a sedici anni, quando il giovanetto visita l'Esposizione Industriale Bresciana, vero profluvio e kermesse della prorompente Art Nouveau, visita che incide profondamente sull'animo del ragazzo e che ci piace immaginare compiuta di sfuggita, in bicicletta, sulle polverose strade sterrate del tempo, proprio quelle che magistralmente ci descrive il nostro Arturo Marpicati, quasi coetaneo ed amico del Boifava. Fu all'Esposizione del 1904 in Brescia che le tendenze latenti nella sua bell'anima d'artista si risvegliarono d'improvviso. Egli che fino ad allora si era trastullato a modellare fantocci e pigorini di creta pei bimbi della campagna, vide come per incanto schiudersi d'innanzi un orizzonte nuovo pieno di luce che tutto lo pervase, sicchè convinse il padre a trattenerlo in Brescia per dedicarsi interamente all'arte. Entrò con gioia nel Laboratorio del Righetti a modellare e a stuccare statue vecchie di legno tarlato, poi alla Scuola d'arte e mestieri dove l'aspettavano delusioni e trionfi. Ignaro come era di ogni seria cognizione d'arte, i primi concorsi fallirono, ma non lo scoraggiarono: godeva anzi dei progressi che andava notando nei suoi lavori di plastica sia pure attraverso contrarietà di scuola e di tendenza. L'illustre Zanelli rese finalmente giustizia al giovane studiosissimo, assegnandogli il premio Brozzoni pel suo saggio, uno studio del nudo in bassorilievo". Anche il quotidiano Il Cittadino di Brescia", nel riferire la notizia della vincita del Legato Brozzoni riportata dal giovane Boifava, conferma il racconto del trasferimento in città: "Al padre non poteva sfuggire il trasporto del figlio che anelava ad essere condotto in città per aver modo di darsi al sognato studio della scultura. Percìò un giorno, non sappiamo quanti anni fa, il padre Boifava, collocata con ogni cura in una sporta la figura di un Cristo tracciata dal figlio, se ne veniva con lui a Brescia e si presentava col saggio artistico allo scultore Emilio Righetti chiedendo di affidargli il suo giovane artista. Il Righetti, da provetto artista, intravide nel rudimentale lavoro quell'attitudine artistica che presto si sviluppò nel giovane Boifava, facendo di lui un sempre migliore elemento nel laboratorio ove rimane tuttora". E' giunto il momento di lasciare le occupazioni dei c'ampi per seguire la vocazione artistica, finalmente manifestatasi in maniera chiara e prepotente. Siamo nel 1905. Nella bottega d'intaglio e scultura in legno del Righetti il Boifava apprende i primi accorgimenti del mestiere, dedicandosi a lavori di restauro e di invenzione, soprattutto in legno: è di questo periodo giovanile la sua prima opera nota, la statua lignea della Beata Vergine del Rosario per la chiesa di San Varano di Forlì una dolce Madonna in trono col Bimbo in braccio, d'impronta classicheggiante. Contemporaneamente la sete di apprendere lo spinge a frequentare la Scuola d'Arte e Mestieri "Moretto", vero vivaio degli artisti bresciani del tempo. Qui, riporta il già citato Montanelli, l'aspettavano delusioni e trionfi. Ignaro come era di ogni cognizione d'arte, i primi concorsi fallirono, ma non lo scoraggiarono: godeva anzi dei progressi che andava notando nei suoi lavori di plastica, sia pure attraverso contrarietà di scuola e di tendenza". Quali siano queste contrarietà è difficile dire; ma, confrontando i giudizi contrastanti espressi dalla stampa bresciana a proposito del premio per il Legato Brozzoni del 1912, par di comprendere le amarezze del giovane scultore ventiquattrenne. Il lascito per il Legato Brozzoni era stato istituito con testamento 23 gennaio 1863 dal ricco collezionista d'arte Camillo Brozzoni allo scopo di "pensionare convenientemente giovani di buone speranze della città e provincia di Brescia che attendano agli studi delle belle arti". L'ambito premio consisteva in una dotazione di millecinquecento lire all'anno, per la durata di un triennio, sufficienti per frequentare corsi regolari presso un'Accademia di Belle Arti: il concorso permetteva, quindi, di assicurarsi i mezzi per un avvenire certo. Il premio veniva assegnato ad un giovane artista (pittore, scultore, architetto) che, al termine di sei giorni di lavoro, avesse presentato un'opera giudicata meritevole da una giuria. Il verdetto diveniva esecutivo dopo che la Giunta Municipale cittadina aveva approvato l'esito. Il Boifava vi concorre, senza successo, due volte. Finalmente, nel 1912, al terzo tentativo giunge il successo perseguito con tenace volontà; successo tuttavia amareggìato da qualche critica poco favorevole. L'opera presentata è uno Studio di nudo a bassorilievo. Il Cittadino di Brescia", tramite il proprio anonimo articolista, esalta il valore del Nostro, innalzandolo nettamente al di sopra degli altri concorrenti, per i quali ha parole di duro rimprovero: 'Tacendo infatti eccezione per il giovane vincitore che ha dimostrato col suo lavoro di possedere doti che sono una brillante promessa per il suo avvenire, bisogna riconoscere che ìn generale gli altri concorrenti non si sono sufficientemente preparati ed hanno dato delle produzioni che mancano, non diciamo di rivelazìone estetica che non si può esigere da quelli che ancora studiano, ma persino di una tecnica artistica un po' meno che elementare". Non è così favorevole "La Provincia di Brescia" che scrive: "Dopo il giudizio abbiamo potuto vedere i lavori fatti. Dirò innanzìtutto che tutti i concorrenti furono - a mìo parere - scadenti. Un accento indovìnato di colore o di forma, non può coprire delle essenziali manchevolezze. Forse il vincitore riuscì tale perchè non arrischiò niente, accontentandosì di modellare schematicamente un contorno di creta. Il suo nudo è appena sensibilmente formato e sebbene sia indovinato appare malsicuro. Dei concorrenti è tuttavia il più equilìbrato e sì merita il suo premio essendo palesemente il migliore". Un giudizio, come si vede, contradditorio, dettato forse da qualche malanìmo fra gli addetti ai lavori. Importante è la presenza nella giuria del grande scultore gardesano Angelo Zanelli, affermato ed assurto a grande fama per avere da poco condotto ad esecuzione (1911) l'immenso fregio per il sottobasamento della statua equestre di Vittorìo Emanuele Il all'Altare della Patria. Il giudizio dello Zanelli (che a sua volta nel 1898 aveva superato l'edizione del pensionato Brozzoni, aprendosi la strada per l'Accademia fiorentina prima, per quella romana poi, e che probabilmente grazie a questo aiuto finanziario era stato sollevato oltre l'angusto ambiente provincìale e condotto a tanta altezza) dovette essere determinante. Infatti, intervistato dall'anonimo articolista de "La Provincia di Brescia" del 30 agosto, a proposito del giovane vincitore esprimeva il suo "compiacìmento non tanto per le qualità intrinseche del lavoro fatto, ma per la delicata espressione raggiunta con mezzi inefficaci: infatti il Boifava, statuario in legno nel laboratorio del signor Emilio Righetti, non ha mai studiato col modello per il modo, ma si è sempre servito di calchi. La sua prova, dunque, per questo rispetto acquista una certa importanza e rileva un senso acuto di equilibrio e di proporzione". A Brescia le opere dei sei concorrenti del pensionato Brozzoni, alcuni dei quali diverranno poi celebri artisti come lo scultore Claudio Botta e il pittore Giulio Cantoni, rimangono esposte al pubblico per cinque giorni. Anche le autorità ghedesi vogliono felicitarsi col bravo concittadino e non trovano di meglio che invitarlo, il neo sindaco comm. Chiodarelli in testa, presso l'Albergo del Leone "per offrire una bicchierata" in onore del gìovane festeggiato. E' con il viatico dello Zanelli che Bernardino Boifava affronta il grande salto nella qualità e si iscrive ai corsi dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. Frequenta i corsi biennali di scultura, seguendo dapprima la guida illuminata, anche se breve. del professor Augusto Rivalta (Alessandria 1837 o Genova 1835 - Firenze 1925), scultore di piacevole indirizzo naturalistico, autore di monumenti civìli e funerari, "d'impostazione grandiosa, di potente e forte modellatura". E' altresì autore di molti busti di personaggi ìllustri del tempo e di piccoli gruppi scultorei "di centauri, di fauni. di ninfe, che sono le sue più seducenti creazioni delle quali il senso veristico della forma è sostenuto da una modellatura ardita e nervosa". Il Rívalta prende subito a benvolere il nostro studente ed è segno tangibile di questa predìlezione il ritratto che il maestro si fa eseguire dal giovane allievo. Già nel 1913, al Rivalta succede il siciliano Domenico Trentacoste (Palermo 1859 - Firenze 1933), valente medaglista, rìtrattista di gran fama, attento alle nuove tendenze culturali europee, ma pure innamorato dei classici del nostro Rinascimento. La sua arte è "pervasa di sentimento profondo e sincero, quasi sempre velato di malinconia, espresso attraverso una forma pura e armoniosa che fa pensare a uno scultore antico animato da un delicato sentimento moderno". L'influenza dei maestri incide positivamente sul Boifava, attento e desideroso di apprendere, cosicchè la sua formazione dìviene solida, anche se l'isolamento della provincia in cui sceglierà di ritirarsi lo farà arroccare su una posizione classico-naturalistica definitivamente accettata. Le sue opere future lo dimostreranno a sufficìenza. Scrive A. Montanellì nel 1921: Il Trentacoste intravide nel giovane Boìfava uno spirito audace d'innovatore e lo incoraggiò fortemente, pur contenendolo nella correttezza della linea, pernio di saggia scultura. Col maestro, frequenti erano le visite alle opere ìnsigni dei grandi che furono, ed ecco le osservazioni critiche, le utili controversie sgorgate limpide e serene dalle due menti illuminate dalla fiamma del genìo e dall'amore dell'arte". Sebbene espressi con gli accentì enfatici propri del tempo questi ricordi attestano la considerazione, la stima e la familiarità che il Boifava gode presso i maestri. Tanto più se guardiamo alle votazioni ed ai riconoscimenti riportati presso l'Accademia. Dagli Atti conservati presso tale istituzione risulta che lo studente Bernardino Boifava consegue la promozione, dal primo al secondo anno del Corso Speciale di Scultura, il 16 giugno 1914 con una votazione di trenta/ trentesimi. Gli viene riconosciuto come premio un viaggio d'istruzione a Venezia (con sosta a Padova nel ritorno). Nella commissione d'esame figurano i professori Alessandro Lipparini, G. Trentacoste e Domenico Trentacoste. All'esame di anatomia sostenuto il 15 giugno 1914 riporta ventìsette/ trentesimi. L'anno accademico successivo (1914-15) all'esame di scultura dal vero riporta ancora trenta /trentesimi e merita un altro viaggio premio che non potrà effettuare, perchè chiamato alle armi. All'esame di anatomia consegue nuovamente ventisette /trentesimi. Nella commissione, oltre a D. Trentacoste, è presente Raffaello Romanelli (Firenze 1856-1928), scultore di fama internazionale "fra gli eccellenti di quel periodo della nostra statuaria". Il Boifava si diploma col massimo dei voti, con un saggio che è un'ardita concezione artistica: Il giogo, raffigurante lo schiavo che spezza le catene. A parere del Montanelli questa scultura dovrebbe essere conservata nella Pinacoteca di Brescia, ma una ricerca condotta in tal senso non ha dato, almeno per ora, alcun riscontro. Nel medesimo anno 1915 il ventisettenne Boifava viene chiamato alle armi ed inviato, col proprio contingente fiorentino, all'11' Reggimento Fanteria di stanza a Forlì Da tale città non si allontanerà più per tutta la vita. Anche sotto le armi, pur non inviato al fronte, ha modo di distinguersi per ardimento, indice della sua indole generosa e schietta: merita una menzione di benemerenza ufficiale, pubblicata nell'ordine del giorno del 2 luglio 1917, per aver contribuito a rendere innocuo un pazzo che minacciava l'incolumità dei passanti. Un bozzetto biografico di questo periodo ci viene offerto, con felice vena narrativa, dal più volte citato Archimede Montanelli e ci piace ripren~ derlo in queste note per meglio delineare la figura del Maestro: In un giorno d'estate del 1916 un folto gruppo di villeggianti faceva circolo, sulla spiaggia di Rimini, attorno ad una colossale Venere... di sabbia che un giovanotto in costume da bagno si divertiva con evidente mano maestra a modellare: compiuta l'opera perfetta ed effimera, l'artista se n'era andato tranquillamente e ritornava poco dopo vestito da soldatino a godersi i commenti della folla che non l'aveva riconosciuto". Sempre il Montanelli, mettendo in evidenza il suo "bonario sorriso" così lo descrive: "modesto, ma colto e d'animo gentile, trovò a Forlì buoni amici e preziose conoscenze che lo accolsero e festeggiarono nei cittadini ritrovi: poichè Bernardino Boifava alla modesta riservatezza che lo rendeva quasi ignaro dell'altezza cui sarebbe giunto il suo nome, accoppia va una ferrea volontà e una ricchezza di sapere "Nozioni agiografiche", si potrebbe obiettare, tuttavia vale la pena di tenerne conto. "Alla luce di successive testimonianze, si può affermare che non sempre, nel corso degli anni, i suoi rapporti cori la città furono così agevoli, giacchè il temperamento forte e riservato, rifuggiva dalla mondanità, e, pur godendo di un diffuso credito, non aveva rapporti particolarmente stretti con gli artisti e gli intellettuali forlivesi, e fu spesso oggetto di involontarie polemiche". Terminata la Grande Guerra, il Boifava inizia una attività frenetica poichè, dicono le testimonianze, aveva "stupefacente la prestezza nell'abbozzare come la prontezza nel concepire". Del 1919 sono alcuni busti cìmiteriali ed il bozzetto con il quale concorre, classificandosi quarto su sedici partecipanti, per il progetto del monumento ai Caduti di Civitavecchia. Notevole il Ritratto del pittore Giovanni Marchini del 1920, conservato nella Pinacoteca Civica di Forlì, insieme ad un Ritratto di adolescente. Dello stesso periodo sono altri ritratti e busti di personaggi forlivesi appartenenti a collezioni private. Nel 1921 il Maestro invia il bozzetto per una Deposizione al concorso per la tomba Premoli, da erigersi nel Cimitero Vantiniano di Brescia, ma non ottiene successo. Tutte le opere indicate in precedenza, già rivelano la solida preparazione culturale classico naturalistica propria della scuola toscana. Numerosi i busti altamente espressivi tenuti in grande considerazione perchè "ammirevoli per la forza vibrante di vita e di poesia, per la robustezza incisiva dell'espressione, ottenuta senza sforzi, naturalmente, sì che i ritratti paiono persone viventi e balzanti dal marmo e dal bronzo". E' infatti proprio nella ritrattistica che lo Scultore riesce a dare alle sue teste "una verità toccante". Apparfiene alla produzione del 1921 anche La piccola nave, opera a grandezza naturale in marmo, rappresentante una Naiade fluttuante nel mare che, all'esposizione nel Salone d'Onore delle Riunite di Forlì, suscita lunghe polemiche e dibattiti, tra enormi dissensi ed altrettanto forti consensi, disorientando persino la critica ufficiale. Tra i favorevoli, il Montanelli così scrive: " ... passiamo ad ammirare cosa ancora pìù perfetta che il Boifava ha esposto ... cioè la Piccola nave bellissima figura di donna nuda, coricata bocconi, con le braccia conserte. Splendido studio di anatomia, nessun particolare vi è trascurato: l'impronta delle vertebre emergenti sul dorso, la tensione dei muscoli che ne sostengono il peso, la stessa curva dolcissima, flessuosa del corpo e la piega dei piedi i quali si sovrappongono, costituiscono un insieme di non comune bellezza cui aggiunge il bruno simpatico volto della donna nel mare". Con la stessa vena narrativa il Boifava realizza in questi'anni bassorilievi cimiteriali e commemorativi, fra cui un medaglione in bronzo con l'effigie di Dante Alighieri (1921) collocato alla base del campanile di San Mercuriale. Purtroppo, rimosso nel dopoguerra per i restauri della torre, risulta disperso. Nel 1922 porta a termine due medaglioni per il tenore Giuseppe Siboni ed il soprano Eugenia Tadolini Savorani. Alla ricerca di uno studio adeguato, ottiene dal Comune di Forlì parte della splendida chiesa camaldolese di S. Salvatore. E' qui che l'artista concepirà tutte le sue opere ed è qui che consumerà tutti i giorni della sua vita; per l'Artista S. Salvatore diventa studio ed abitazione. luogo del pensiero e dell'azione, del vivere faticoso di ogni giorno. Subito dopo la conclusione della Grande Guerra, inizia in tutta Italia la stagione del dovuto riconoscimento ai Caduti, stagione in cui si fa più acuta l'esaltazione nazionalistica del sacrificio e del valore patriottico. Ogni città, ogni paese vuole ricordare (spesso enfaticamente) i propri morti con segni tangibili di pietoso affetto. Siamo nel 1922 quando, da Rimini, il Comitato pro Monumento ai Caduti in guerra bandisce il concorso. Rispondono sette artisti con sedici progetti. La giuria segnala per un concorso di seconda istanza una terna di artisti formata dagli scultori Uno Gera di Roma, Ruggero Dondè di Verona e dal nostro Boifava che, già nella prima fase del concorso, era stato valutato con gli accenti più lusinghieri: Lo scultore Boifava, di Brescia, bozza l'idea di una ascesa a larghi gradi sino al simulacro dell'Eroe divinizzato che ancora sfida le forze avverse, in un sicuro, dritto gesto di minaccia, un gesto che è pure segnacolo di sola e suprema dedizione; Eroe che viene baciato dall'idea di Patria, di amore, di Vittoria; Eroe che nasce e balza e sta nel sasso e nel bronzo, vincitore sovrano e ostia immolantesi. Tale è il concetto che parve alla Giuria di travedere ed interpretare nella creazione del Boifava; e concetto che più magniloquentemente dica e meno indegnamente traduca, quale sia la gloria e la bellezza dei Caduti passati all'immortalità. Per questo: per la sinfonica sentimentalità del gruppo, per la sua linea buona da ogni lato si guardi; per l'insieme delle parti, con il largo piede che dà agio a parate e cerimonie di ricorrenza e donano grandiosità all'ara magnificatoria e per le proporzioni in sè, la Commissione si sofferma con speciale ammirazione su questo bozzetto, ma non così da poternelo dichiarare opera del tutto degna ad essere tradotta e prendere posto tra quelle insigni di cui va adorna Rimini de' Cesari e dei Malatesta". La somma messa a disposizione per l'erezione del monumento in marmo e bronzo" viene portata alla ragguardevole cifra di centomila lire, poichè si richiede una "maggiore grandiosità dei nuovi progetti" rispetto ai bozzetti precedentemente presentati. Va sottolineato che la Giuria aveva dichiarato la propria propensione per il progetto del Boifava perchè questi, "attenendosi all'idea dei larghi piani salienti a gradi limitati da scaglioni con un esempio frontale di ara della più sacra romanità nostra, assai meglio viene sviluppando il concetto solenne templario dove prostrarsi in devozione". Il secondo concorso si conclude il 10 marzo 1923 ed il responso è un'esaltazione trionfale del nostro Artista. La Giuria, entusiasta, invia il proprio verdetto al Comitato pro Monumento in questi termini: "Dinanzi ai saggi dello scultore Boifava, la Giuria ha provato di subito un senso di orientamento ed una libera e sicura espansione al proprio travaglio. Ha riconosciuto, ha sentito il modellatore franco, efficace, sincero, forte nella trattazione, rapido, palpitante nella creazione delle sue figure che invero dai modelli ignari e fermi, passano per l'occhio perspicace alla volontà dell'anima ardente, alla fattura tormentosa ed impaziente. Ha intraveduto nell'insieme, nel particolare, lo spirito dell'Artista, veemente, analitico, poeta e verista. Non v'è maniera, non v'è scuola; v'è tocco e sentimento spontanei dell'Artiere". E' tanta l'ammirazione che l'anonimo critico de "L'Ara" ci delinea un ritratto singolare dell'Artiere, come viene chiamato il Boifava: "L'Artiere. Così ci piace chiamarlo perchè lo ascoltammo parlare, deciso e duro come un fabbro; perchè lo vedemmo modellare e ridursi la materia col gesto prima di udirne la parola ed al pari efficace che con questa; perchè lo comprendemmo traverso le opere sue, sentite anche da noi nella bella schiettezza dell'espressione loro; unica espressione: quella del fattore che rivela in ogni tocco; ed ogni tocco è un volere, è un rendimento franco. afferrato dall'artista e non più sfuggitogli. Non altri se non chi ha da natura tale intuito e tale potenzialità visiva e di rendimento, può manifestarsi come dice di se e come noi si comprende nello scultore Boifava". Qual è il concetto che l'artísta ha voluto estrinsecare in questo monumento tutto incentrato sulI`Eroe divinizzato" imposto dal tema del concorso riminese? Ce lo spiega l'anonimo cronista de "L'Ausa" di Rimini, il quale riferisce che il collaudo del modello in dimensione reale, pronto per essere inviato alla fonderia, è avvenuto nello studio dello scultore a Forlì con esito favorevole: "Lo scultore Boifava ha dato forma concreta ad una visione di gloria che dal marmo e dal bronzo vibra come simbolo vivo, tanto nell'estremo sguardo dei caduti, come in quello dei superstiti... l'Eroe divinizzato sembra ancora sfidare le forze avverse in un sicuro gesto di minaccia e di suprema dedizione. E l'Eroe, che nasce e balza, vincitore e vittima, dal sasso e dal bronzo, viene confortato da una figura di donna che rappresenta l'idea di Patria, di Riconoscenza, di Vittoria. Nella creazione delle figure passa l'animo ardente dell'artista che le ha modellate colla bellezza delle linee maschie e forti e colla purezza dei nudi, che sono studiati con alto senso dell'arte, e si presentano al pubblico senza offendere le leggi della decenza e del pudore. L'osservatore prova subito un senso di sollievo dinanzi a queste linee di semplice e grandiosa romanità e l'animo si riposa in un'unica vìsione di bellezza e di poesia, che sarà resa più magnifica, nel luogo della erezione, dallo sfondo di conifere e dai calcoli visuali di distanza. di cielo e di verde". Il significato profondo dell'opera l'apprendiamo ancor meglio da una lettera del Boifava, indirizzata al sindaco di Rimini: "L'Eroe (non il guerriero) da me concepito non lascia cadere nè abbandona il braccio con lo scudo, ma bensì lo stringe con forza nel pugno, allontanandolo dal petto in atto di offrirsi alla patria. Inoltre non si tratta di una donna in atteggiamento pietoso; ma bensì la figura rappresenta la Gloria che. lasciate le vesti terrene, s'innalza nella purezza della luce e sfiora con un bacio il fronte dell'eroe. E' la visione foscoliana ne Le Grazie. Quindi nessun concetto esclusivamente religioso ma comunque solo religione di patria". Ma tutto non va elegíacamente cime sembra: il diavolo ci mette la coda. Un po' per difficoltà pecuniarie, un po' per quelle vesti lasciate cadere che destano i pruriti dei benpensanti (erano state distribuite inopinatamente fotografie di particolarì del monumento), dopo il primo entusiasmo, gli animi dei riminesi si riscaldano. Inizia una lunghissima, intricata diatriba tra il Comitato pro Monumento, le autorità civìli e religiose (che in nome dell'ordine morale e del decoro, insistono presso lo scultore perchè apportì quelle aggiunte necessarie a rendere pìù castigata la figura femminile e più coperta quella maschile) e il Boifava che, con durissima resìstenza e riottose ribellioni giunte sino alle diffide legali, rivendica gelosamente, ma a ragione, la propria libertà d'artista: la sua opera è frutto di arte purissima, quindi non si può svilire con ritocchi od aggiunte di sorta; nessuno osi mettervi mano, afferma ripetutamente il Maestro. Così il modello in gesso, approvato nel dicembre 1923, viene condotto e dell'artista, nella convinzione che la vicenda riminese, iniziata nel 1923 e conclusa nel 1926, abbia contribuito a segnare il carattere del Nostro che, dopo quella esperienza, diviene sempre più schivo ed appartato. Nel 1923, quando è ancora alle prese con le discussioni riminesi, Boifava viene contattato dalla Commissione per l'erezione di un Monumento ai Caduti Ghedesi alla quale lo scultore risponde esprimendo la volontà di "dare alla sua Ghedi il più bel frutto de' suoi lunghissimi studi", ma avanzando anche qualche preoccupazione: ... per dovere civico presterò ugualmente l'opera mia tendendo le forze sin dove arrivano anche col dubbio, non vano, che la mia opera, benchè di fine fattura, ma per la minuscola mole che la spesa consiglia dovrà sembrare un umile paracarro, sperduto nel vuoto; ovvero un occulto simulacro tra gli alberi" (44): la spesa prevista era di sole venticinquemila lire. Inizia così la storia del nostro Monumento ai Caduti che, sebbene di dimensioni più modeste, nell'impostazione della figura maschile (il Sacrificio Latino) richiama da vicino quella dell'Eroe di Rimini. Entrambi i monumenti hanno l'afflato di un'ascensione verticale spiccata; in entrambi la figura allegorica, assisa su un'ara romana simbolica, si protende in dono di sè alla Patria. E' evidente l'adesione totale all'enfasi patriottico-nazionalistica del tempo. Il contratto viene stipulato nel Municipio di Ghedi l'8 maggio 1924, alla presenza del sindaco nob. ing. Guido Barbera e delle autorità cittadine. Il testo del contratto recita: Il prof. Bernardino Boifava si impegna a consegnare a piè d'opera sulla piazza Umberto I di Ghedi entro e non oltre il 4 ottobre 1924 un Monumento come dalla allegata fotografia, con basamento formato da gradinata in marmo scuro di Mazzano di tre o più gradini, sormontata da parallelepipedo massiccio levigato, su cui poggiano due figure in bronzo del peso da cinque a sei quintali". La fonderia Vignali di Firenze provvede alla fusione. L'inaugurazione del Monumento sulla piazza di Ghedi si svolge fra grandi festeggiamenti, domenica 11 ottobre 1925, contemporaneamente all'allestimento del Viale della Rimembranza, alberato per l'occasione con abeti, ciascuno dei quali reca la targhetta col nome di un Caduto. "La Sentinella Bresciana" scrive: "Con una giornata di fervido entusiasmo Ghedi ha celebrati domenica i suoi cento e otto caduti nella grande guerra, inaugurando il monumento a loro dedicato ed il Viale della Rimembranza. Benchè il ridente paese dell'aspra brughiera sia stato uno degli ultimi a ricordare con ségni imperituri i suoi prodi, tuttavia bisogna riconoscere che il ritardo è stato propizio, poichè il monumento ed il viale nulla hanno da invidiare ai più bei ricordi ai Caduti eretti finora negli altri centri della provincia: il monumento costituito da un gruppo bronzeo rappresentante il Sacrificio Latino - un soldato eretto con le mani giunte sul petto che stringono il pugnale, ed una figura di donna in gramaglie accosciata al suo fianco - montato su un grande basamento di marmo lucido, è opera meravigliosa dello scultore ghedese professor Bernardino Boifava e sorge in piazza Umberto I, tra una ridente corona di giardini". "Il Popolo di Brescia" aggiunge con trasporto esagerato che il monumento "non è opera banale quotidianamente inaugurata, ma è un lavoro che raduna in sè moltissimi non comuni pregi. Si ha la sensazione di trovarci di fronte ad una visione poetica, vibrante di vita, di sentimento, di gentilezza. Senza alcun dubbio il monumento di Ghedi è uno dei pochi e più belli d'Italia". Il discorso ufficiale è tenuto da Arturo Marpicati alla presenza di illustri invitati, tra i quali l'on. Augusto Turati, l'avv. Cirillo Bonardi, il fratello Attilio Bonardi ed il comandante dell'aeroporto ghedese. Anche da quest'opera lo spirito inquieto del Boifava non raccoglierà che amarezze. Già pronta nel novembre 1924 , per incomprensioni, contrasti sempre di carattere economico e discussioni infinite, che si possono cogliere nel voluminoso carteggio conservato presso l'Archivio Storico Comunale di Ghedi si giungerà all'inaugurazione solo nel 1925. Il Maestro, esprimendo tutta la propria amarezza verso il Comitato ghedese che non comprende le sue difficoltà finanziarie e non vuole concedergli anticipi, lamenta che lo stesso non agisce come "chi interpretando l'animo degli Artisti innamorati della propria Arte li perdona in alcune loro distrazioni.... 1 suoi componenti non hanno mai vissuto un palmo lontano dal loro campanile... Se per loro la pappa scodellatagli dagli avi lì sotto la cappa del camino non mancò mai d'essergli pronta calda e saporita, mancò spesso invece a chi vive talvolta con la testa tra le nubi e naturalmente un bel po' al di sopra e non sempre sulla mangiatoia.... Mi dispiace d'esser tanto ironico, ma non è pur sempre ironia anche gli stessi elogi alla mia opera quando io autore della stessa sono in tutto contrastato nelle aspirazioni del miglior compimento?". Ma le peripezie del Nostro non finiscono con l'inaugurazione: lo scultore stesso racconta cosa accadde a distanza di anni: "Dopo il collaudo dell'opera in creta nel mio studio in Forlì compiuto da quel sindaco e dal Professor Arturo Marpicati proseguii pacificamente l'opera sino alla consegna sulla piazza di Ghedi di tutti i pezzi pronti per la messa in posa che, in pieno contrasto con la libertà promessami fu orientato a ponente anzichè a mezzogiorno come la mia concessione stabiliva. Perciò non misi più piede in Ghedi dove naqui 63 anni, or sono, per ben 26 anni". Lo scultore, fermo nel suo proposito, mancò infatti all'inaugurazione. Nel 1951 il sindaco, cav. Attilio Bonardi, in occasione dello spostamento del gruppo monumentale in altro canto della piazza e della costruzione dell'esedra con le lapidi ricordo dei Caduti, invita il Boifava alla nuova inaugurazione, annunciandogli di aver orientato il monumento nel modo dallo scultore desiderato. Ma, ahimè, scrive il Nostro: "Quell'errore per quanto grave consisteva solo nella orientazione a ponente anzichè a sud e fu motivo della mia accorata indignazione.... Ora per aver ottemperato, come lui scrive, al mio vecchio desiderio di veder l'opera voltata a sud, sono stato invitato ad onorare con la mia presenza la inaugurazione del più grande delitto che si possa compiere in danno dell'Arte e della peggior offesa alla memoria degli Eroi a cui fu dedicata l'opera d'arte da me compiuta col più religioso e profondo amore a ricordare ed esaltare la Bella Morte dei miei amici e compagni d'infanzia. Questo perchè il monumento oltre ad essere mutilato di gran parte dell'architettura basamentale atta ad integrare l'armonia dell'intera mole. è collocato semi nascosto in una frivola esedra in mattoni che nulla fa pensare possa durare più di un decennio". Per questo motivo lo scultore si rivolge al prefetto di Brescia reclamandone buoni uffici per la restituzione del monumento alla sede precedente. La diatriba si interromperà, per la morte del Boifava, avvenuta nel dicembre 1953. Fra il 1923 ed il 1928 numerosissimi sono i lavori forlìvesi fra i quali il bassorilievo col ritratto del medico professor Luigi Babacci per l'Ospedale Civile e molti altri per decorazioni cimiteriali. Nel 1926 il Boifava riceve l'incarico per il Monumento aí Cadutí di Santarcangelo di Romagna che interpreta classicamente ispirandosi al motto spartano "O con questo o su questo!", espressione con la quale il guerriero antico giurava di non venir meno nella difesa della patria, cioè di vincere o morire, non mai di abbandonare lo scudo per viltà davanti al nemico. E' proprio su questo scudo che l'Autore raffigura il soldato caduto, trasportato dalla madre e dalla sposa dolenti, di ritorno dal campo di battaglia. Anche questa, come il monumento di Rimini, è un'opera colossale: solo il gruppo bronzeo misura tre metri d'altezza; il preventivo di spesa era fissato in centomila lire. E' inaugurato nel 1928. Nel 1929 viene bandito il concorso fra tutte le province italiane per le statue degli atleti da apporre allo stadio del Foro Mussolini in Roma. Anche Boifava, delegato dalla provincia di Forli a rappresentarla, invia un modello in gesso raffigurante Il Pilibulus, ossia il giocatore nell'atto di ricevere il pallone da colpire e rimandare tramite un bracciale dentato che gli avvolge il polso, secondo un antico gioco popolare tipico della Romagna. La statua deve piacere, se Il Giornale d'Italia" dell'8 marzo 1930 ne pubblica la fotografia, pur senza citarne l'autore. Inviata a Roma. l'opera si perde nei meandri del Ministero della Educazione Nazionale e, malgrado le ricerche intraprese con la mediazione dell'amico Arturo Marpicati, non viene più rinvenuta. Se ne troverà una copia, una brutta copia malamente falsificata, giunta inspiegabilmente presso il Comitato provinciale dell'Opera Nazionale Balilla di Carrara, che il Boifava non ritirerà, non riconoscendola come propria. Su diretto invito della famiglia Mussolini, nel 1929 intaglia in legno la statua di Santa Rosa da Lima per la chiesa omonima di Predappio Nuova. dedicata alla madre del Duce, opera di calma e dolce semplicità. Risalgono al 1930 la grande targa in marmo rosa di Candoglia in onore di Domenico e Lorenzo Ricci per l'Ospedale di Premilcuore ed il monumento funerario perla famiglia Montanari nel cimitero di Castrocaro. Nel medesimo anno concepisce l'idea di una mole semplice e grande" per il Monumento ai Caduti ed alla Vittoria di Forlì: un possente "cavallo, simbolo del cammino, reca in groppa l'eroe vittorioso che, con la daga in pugno, saluta romanamente.... Si libra dietro di lui la sua Gloria seminuda, e i veli che le cadono stanno ad affermare che nulla più deve offuscarla e renderla incerta e sconosciuta". Ma viene approvato il progetto dell'architetto Bazzani, il cui lavoro prevede l'intervento di più mani: al Boifava sono commissionati quattro bassorilievi. Il nostro scultore sceglie personalmente i soggetti da scolpire in pietra di Botticino: L'Assalto, La Difesa, Il Sacrificio, La Pace vittoríosa. Il monumento è inaugurato il 30 ottobre 1932 alla presenza del Duce che si complimenta col nostro autore. Nel 1933 realizza un'erma monumentale a Sandro Italico Mussolini per una colonia di Marebello di Rimini; subito dopo anche il Municipio di Forlì lo incarica di modellare il ritratto del giovane da collocare nel giardino della rocca di Ravaldino in città, opera convincente, tanto che il cronista de Il Popolo dì Romagna" definirà il Boifava "scultore drammatico, epico, eroico", sottolineando come l'autore "qui abbia fatto vibrare la nota di un lirismo in minore, libero da ricercati tecnicismi e da stilismi compiacenti. E' stato umano". Nel 1941 modella, per il Collegio Aeronautico di Forlì, le maschere di tre eroi romagnoli dell'aeronautica: i fratelli Ido e Nino Zanetti e Ivo Oliveti. Alla Mostra d'arte del Dopolavoro Forlivese, organizzata dallo stesso Boifava nel 1942, lo scultore espone alcuni notevoli ritratti, fra cui quello di un personaggio caratteristico della città, una macchietta, intitolato Il burlone, ma che tutti conoscono come Lo zoppo di Vittorio. Questo lavoro, eseguito fin dal 1938, sembra venga acquistato dal Duce proprio in occasione della mostra. Alla 1° Mostra Provinciale d'Arte Forlivese (1946), organizzata ancora dal Boifava, questi presenta un bozzetto d'argomento mitologico: Gea sotto il raggio fecondatore, un nudo femminile di audace inventiva, eseguito, forse, fin dal 1943. Per il fonte battesimale della basilica di San Mercuriale in Forlì prepara il modello per una statua di San Giovanni Battista fanciullo, per la cui esecuzione lo scultore si serve di un bimbo come modello, raggiungendo un risultato di gradevole naturalezza. La statua che dovrebbe essere fusa in bronzo, rimane a lungo esposta nella chiesa, nell'intento di raccogliere i fondi necessari (1949). Purtroppo ciò non avviene, cosicchè al Boifava, amareggiato, non rimane che riprendersi nello studio la propria creatura. La ripresenterà al pubblico nel 1951, in occasione della Mostra della Primavera Romagnola, ricevendone lodi, ma non vorrà mai più separarsene nonostante le ricorrenti difficoltà economiche. Nel medesimo 1951 partecipa al concorso per un erigendo monumento alla Repubblica, da collocarsi nella Piazza VIII Agosto di Bologna. Il suo progetto è colossale: prevede un'altezza di otto metri. L'Autore stesso svela la natura della sua ispirazione nella Relazione accompagnatoria del bozzetto inviato alla Commissione giudicatrice: "Basandomi sulla Costituzione, atta a proteggere le libertà e i diritti del cittadino, ho voluto rappresentare la figura simbolica della Repubblica Italiana in atteggiamento più materno che ieratico, per cui essa, mentre con la sinistra tiene alta una fiaccola, con la destra si tiene accanto amorevolmente un bimbo cinquenne, simbolo della novella generazione destinata a godere i frutti della libertà riconquistata coi sacrifici e col lavoro". Purtroppo anche questo progetto non verrà realizzato. La produzione artistica del Boifava è vastissima. Forse impossibile ricordare gli innumerevoli lavori di fantasia o di copia dal vero raccolti in luoghi pubblici o dispersi nelle case private, dalle figure mitologiche, ai ritratti naturalistici, tutti preceduti da studi grafici e da prove, da bozzetti veloci a carboncino o a matita: lavoro serio e immane che raramente si traduce in commissioni redditizie. L'Artista vive il rovello dell'arte, ma anche quello dell'indigenza. Abbiamo evidenziato come lo studio sia diventato anche casa, luogo di meditazione e di creazione frenetica, mai di guadagno sicuro. I problemi contingenti che lo affliggono e di cui tavolta si lamenta nella corrispondenza con i committenti, incidono sulla vita dello scultore che talvolta assume atteggiamenti d'intollerante ribellione e persino di stravaganza, ma non riusciranno mai a piegarlo ad una pe~ dissequa adesione, neppure durante il ventennio fascista, quando maggiormente doveva costare a chi aveva bisogno di pane, il non essere disposto al compromesso. Bernardino Boifava si spegne il 15 dicembre 1953 in quella città che gli era stata vicina per tanti anni e che dalle sue abili mani aveva ricevuto i doni di un grande amore. Riposa in quel Cimitero Urbano.

Tratto da "Bernardino Boifava" di Angelo Bonini.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Dicembre 2009 14:36

Marpicati Arturo

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MARPICATI Arturo ( Ghedi, 9 novembre 1891 - Belluno, 11 agosto 1961)

Di Bortolo e di Matilde Guerreschi. Di famiglia di un tempo benestante poi ridotta in povertà (il padre era falegname ma appassionato di teatro e la madre lavandaia), compì le scuole elementari sotto la guida di un ottimo maestro, Luigi Bonardi, rivelandosi già appassionato di poesia. Fu poi in Seminario fino alla 2^ liceale, con l'aiuto del parroco di Ghedi cui conservò sempre viva riconoscenza. Ne uscì nel momento in cui il professore di apologetica lasciava la tonaca. Frequentò, grazie ad alcuni benefattori, il liceo "Arnaldo" fu prefetto al Pensionato Scolastico, fino a quando non poté raggiungere Firenze, accoltovi dal padre scolopio Giuseppe Manni. Mantenendosi con lezioni a rampolli di famiglie illustri frequentò l'università dove fu allievo di professori come Mazzari, Rajna, Vitelli, Parodi e Salvemini, e avendo come condiscepoli Virgilio Bondois, Sergio Ortolani, Alfredo Schiaffini, Mario Engheben, Gianni Stuparich ecc. Scoppiata la guerra si arruolò come volontario nel 69° Fanteria con Giosuè Borsi e Giuseppe Prezzolini. Combatté a Zagora, Oslavia, Magnaboschi, Klanerca, Pecinka, Tolomino, sul Grappa ecc. guadagnando una medaglia d'argento. Nel 1917 si laureò in lettere e filosofia. Fu poi tra i mitraglieri e nei mesi della smobilitazione fu direttore della "Gazzetta del Mitragliere" (dal marzo al settembre 1919) e promotore tra i mitraglieri di attività sportive e filodrammatiche. In un primo momento collaborò anche a "La Fionda". Nazionalista e seguace di Federzoni il 23 marzo 1919 aderì al Fascismo diventando fin dal 1918 collaboratore al "Popolo d'Italia". Nel marzo 1919 era già a Fiume ove teneva comizi pubblici e il 2 aprile veniva dal Consiglio Nazionale della città incaricato di portare un messaggio a D'Annunzio. Il 16 aprile parlò al Teatro Grande di Brescia sulla "Passione di Fiume" che venne stampata e diffusa in opuscoli dal Comando dei Mitraglieri. Il 1 giugno inaugurava la "cantina del soldato" e il 15 luglio assumeva il comando dell'ufficio Propaganda e stampa dei mitraglieri assumendo la direzione della "Gazzetta del Mitragliere" che diresse fino al settembre 1919. Tenne inoltre numerose conferenze "antibolsceviche" nelle case del soldato e in teatri a Milano, Codogno, Piacenza, Firenze, Pisa, Bitonto e anche Innsbruk. Congedato nel settembre 1919 raggiunse Fiume e fu vicino a D'Annunzio. Il 20 novembre 1920 Mussolini lo nominava suo corrispondente del "Popolo d'Italia". A lui il 22 dicembre D'Annunzio affidava un particolare messaggio da recapitare a Mussolini. Raggiunto di nuovo il comandante a Fiume, dopo il "Natale di sangue" assisteva alle trattative con il Governo, rimanendo a Fiume dopo la partenza di D'Annunzio, dove fu comandante della Legione del Carnaro, centurione della Milizia (agosto 1923). Fu professore di lettere italiane nell'Istituto Tecnico e nel novembre 1925 al Liceo Dante Alighieri di Fiume membro del Consiglio Scolastico regionale della Venezia Giulia. A Fiume fondò (con Marie Windmar) la rivista "Delta" (1923-1925) e vi diresse "La Vedetta d'Italia". Fu segretario federale del Carnaro e nel 1928 console della M.V.S.N. A Fiume nel 1922 aveva sposato la nobildonna Antonietta Lado dalla quale ebbe due figli. Nel 1928 si trasferì a Roma, dove venne nominato vice cancelliere dell'Accademia d'Italia, appena fondata, di cui nel 1929 divenne cancelliere con Titoni, Marconi e D'Annunzio. Nel 1930 fu nominato direttore dell'Istituto Nazionale di Cultura fascista sotto la presidenza di Giovanni Gentile e dal 1930 al 1934 membro del Direttorio Nazionale fascista. Nel gennaio 1931 è posto a capo dell'Associazione Fascista della Scuola e nel dicembre 1931, fino al 1934, vice segretario del P.N.F. e membro del Gran Consiglio. In seguito fu Membro del Consiglio Nazionale delle Corporazioni e console generale della M.V.S.N. Convinto sostenitore dell'ideologia fascista dimostrò tuttavia anche imparzialità e tolleranza. A lui Prezzolini attribuì il merito di aver lasciato correre apprezzamenti favorevoli espressi sul Gobetti e sul Gramsci nel suo volume "La cultura italiana". Nel luglio 1934 il Consiglio Superiore del Ministero della P.I. su proposta del Ministro gli conferiva all'unanimità, su relazione di Vittorio Rossi, la libera docenza in lingua e lettere italiane. Con tanti importanti impegni, viaggiò molto, ma trovò il tempo di tornare anche a Trescai, dove tenne tra l'altro discorsi per l'inaugurazione del sacrario dei caduti al Vantiniano, e il 10 settembre 1933, presente il Principe Umberto di Savoia, quello per l'inaugurazione ai Lupi di Toscana. Tornò anche a Ghedi, particolarmente festeggiato e dove nell'aprile 1932 gli veniva dedicato un campo sportivo. Il 23 marzo 1929 era nominato socio dell'Ateneo di Brescia. Continuò anche l'attività di scrittore e di pubblicista e tra l'altro ideò e diresse la collana "Panorami di vita fascista" edita da Mondatori. Fu nominato Consigliere di Stato nel 1938, carica che tenne fino alla morte. Nella guerra 1940-1943 fu tenente colonnello di Stato Maggiore presso la Quarta Armata ed ebbe modo, nel genetliaco del Re Vittorio Emanuele III, di tenere un discorso di esaltazione dell'unità intorno alla Monarchia. Superato un periodo di emarginazione e di epurazione continuo a svolgere il ruolo di Consigliere di Stato riprendendo sempre più vasti contatti con il mondo culturale italiano. Ha collaborato al "Popolo d'Italia", "Cittadino di Brescia" (1917), "Vedetta d'Italia", "Rivista del Popolo Italiano", "Corriere della Sera", "Gerarchia", "Lettura", "Nuova Antologia", "Popolo di Brescia", "Brescia", "Giornale di Brescia ", "Liriche di guerra. Prefazione di Giuseppe Prezzolini" (Firenze, Sansoni, 1918, 2° ed.;Milano, Facchi, 1919 3° ed.; Bologna, Zanichelli 1934). "Il volto del martire, liriche di guerra" (Milano, Facchi, 1919; ristampa rivenduta Bologna, Zanichelli, 1935). "Angelo Emo. Profilo" (Firenze, Carnesecche, 1919). "La proletaria, saggi sulla psicologia delle masse combattenti" (Firenze, Bemporad, 1920; Bologna, Cappelli,1933); "Saggi storico critici" (Fiume, Associazione Nazionale Dante Alighieri,1921, ristampato in saggi di letteratura). "Piccolo romanzo di una vela" (Milano, Alpes, 1922; Roma, Augusteo, 1931; Milano, Mondadori, 1934, 1938; Roma, Bardi, 1955; Roma, tip. Del Senato, 1958, col titolo Itinerario adriatico). "La passione di Fiume" (Brescia, F.Apollonio,1919); "Engheben, Baccich, Noveri" (Piacenza, Porta, 1923-Collane "Artefici della Vittoria"); "Gaetano Giardino" (Ibidem, 1924 ib.). "La coda di Minosse" (Fiume, Delta Ali, 1925; Bologna, Cappelli, 1931, 1933; Milano, Ceschina, 1959, col titolo Tribunale di guerra) tradotto in tedesco de Wilhem Goldmann (Verlog. Lipsia 1934). "Il Partito fascista, origine, sviluppo, funzioni" (Milano, Mondadori, 1933,1936,1938); "Dante e il Foscolo" (Roma, Istituto Nazionale di Cultura fascista, 1939); "Orazio poeta dell'Impero" (Milano, O. Zucchi, 1936); "Quando fa sereno" (Milano, Mondadori, 1937,1942); "Lettere inedite di Ugo Foscolo a Marzia Martinengo" con saggio sul Foscolo a Brescia (Firenze, Lemonnier, 1939, ristampato senza le lettere, nell'edizione nazionale delle opere del Foscolo, con il titolo" Ugo Foscolo a Brescia" (Firenze, Lemonnier, 1958); "Uomini e fatti del mio tempo" (Torino, S.E.I., 1942). "Alcune poesie" (Firenze, Carnesecche, 1952, fuori commercio); "Questi nostri occhi" (Torino, S.E.I.,1953,1955); ".e allora non dimenticateci" (Torino, S.E.I.,1961, 1966). "Il dramma politico di Ugo Foscolo" (Milano, Alpes, 1927; Bologna, Zanichelli, 1934); "Fondamenti ideali e storici del fascismo" (Bologna, Cappelli, 1931); "Abbazia. Ozi e diporti sul Carnaro" (Bologna, Cappelli, 1931); "Ritratti e racconti di Guerra" (Bologna, Capelli, 1932,1933,1937); "Saggi di Letteratura" (Firenze, Lemonnier, 1933; Firenze, Sansoni, 1934); "Nella vita del mio tempo" (Bologna, Zanichelli, 1934,1935). "Passione politica in Giosuè Carducci" (Bologna, Zanichelli,1935); "L'Accademia d'Italia" (Milano, Mondadori, 1937, nella collezione di "Panorami di vita fascista" edita sotto gli auspici del P.N.F. e diretta da Marpicati); "Opere del regime" (Roma,1934). "Quaderni dell'Istituto nazionale fascista di cultura", Serie IV, 4, tradotto in francese, inglese, tedesco, spagnolo e arabo); "Il partito Nazionale Fascista" (Milano, Mondadori, 1934, nella Collezione "Panorami di vita fascista"). Pubblicò vari opuscoli. Curò: "C.Parini. Il Giorno. Introduzione e note" (Palermo, 1926); Collana "Ires" diretta da G. Prezzolini.

Tratto da "Enciclopedia Bresciana" di Don Antonio Fappani

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Dicembre 2009 14:37

Gazoldo Giovanni

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Gazoldo Giovanni detto "Gaidano o Gaideno"

Poeta, nato a Gaeta, vissuto tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI secolo. Visse presso Leone X (Giovanni dei Medici), 1475-1521. Gaidano fu canonico della chiesa di Brescia dal 1514 al 1517. Fu cappellano dello studio di Roma. Nome latino: "Ioannes Gazoldus Gaidanus" Su "Storia della Letteratura Italiana" di Girolamo Tiraboschi della compagnia di Gesù , pubblicato nel 1824 dalla Società Tipografica De’ Classici, a pag. 2003 e 2004 si legge: …Alcuni altri poeti, che ammessi alle cene del mentovato pontefice cercavano di dare ad esso diletto, e di ottenere a lor medesimi applauso coll’improvvisar in latino, ma per lo più modo che venivano sbeffeggiati e derisi e nomina principalmente Giovanni Gazoldo, di cui dice che per i suoi ridicoli versi fu spesso dal pontefice condannato ad essere solennemente battuto e che si rendette la favola di tutta Roma….
Nell’opera di Artur Graf "Attraverso il Cinquecento" alla pag 371 nel capitolo "Un buffone di Leone X"
si legge:..Questa ed altrettante novelle non sono forse tutte vere, ma parranno certe verosimili a chiunque conosca quel grandioso pontefice, il quale, non solo gradiva e premiava i pazzi che lo facevano ridere, ma s’ingegnava anche di far diventare pazzo chi non era, e più che verosimili parvero agli uomini di quel secolo. Perciò non è da negare in tutta fede storiella raccolta dal Garzoni, ove si narra che Nicoletto da Orvieto, con un solo bisticcio, s’acquistò per tutti i tempi il favore della giovialissima Santità. Non di tutti coloro che, volendo essi, o non volendo fecero ridere Leone X ci è pervenuta notizia sufficiente, e di parecchi s’è perduta, senza dubbio ogni traccia. Si ricordano più spesso que’ poveri poeti di burle e da legnate, Baraballo da Gaeta, Camillo Querno, Giovanni Gazoldo, Girolamo Brittonio, poi si ricordano alcuni altri, de’ quali poco più che il nome ci è noto:……

Alcune opere di Gaidano: Titolo Anthropouigraphia feliciter incipit; pubblicazione 1512? Bonomie per Iustinianum de Heriberia ( circa 1504) Nome italiano. Giustiniano da Rubiera; lingua latina; localizzazione Biblioteca universitaria di Bologna, Biblioteca nazionale Marciana di Venezia.

Titolo: Epigrammator libellus, Appendices Elgidia Una, Eclogae Duae Ornatissimae. Pubblicazione Carpi, Benedetto Dolcibelli 1506; lingua latina, localizzazione: Biblioteca Estense Universitaria Modena; Biblioteca Civica di Verona..

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