Napoleone Bonaparte potrebbe essere considerato il campione di sempre del “ salto della quaglia”: da generale rivoluzionario sostenitore dei ghigliottinatori di re, a imperatore. Era forse uomo da poco? Diremmo di no, unanimemente. Trattasi solo di un esempio perfetto, archetipico, della necessità di modificare il proprio pensiero a seconda del ruolo e delle responsabilità. Non esiste capopopolo che non abbia perorato la riduzione delle tasse e l’incremento dei salari ma, quanti di costoro hanno mantenuto le promesse dopo la conquista del “potere”? Possiamo dire che fossero in cattiva fede, tutti quanti ? Probabilmente no. Solo che un nuovo ruolo comporta sempre la necessità di confrontarsi anche con nuovi interlocutori e risolvere nuovi problemi. Questa premessa per sottolineare che, fino ad ora, la democrazia si è retta principalmente su questo fatto, ovvero che il delegato, eletto, spinto dalla necessità, prendesse le distanze, in una certa misura, dall’elettore. Dove e quando questo non è successo, quando i governanti si sono mossi solo nell’ottica delle ricerca del consenso immediato e del “ritorno” elettorale, sono successi disastri e floride economie sono state ridotte sul lastrico. Un buon governante, quindi, deve certamente farsi latore dei bisogni del proprio popolo, ma deve saper pensare di testa propria , a volte correndo il rischio di essere impopolare.
Ma, arrivando , dunque, al cuore del problema, cosa minaccia la Democrazia, questa nobile, efficace, sperimentata ma vulnerabile forma di governo? L’allargamento della partecipazione, la riduzione del rapporto tra delegato e delegante , l’abuso della consultazione popolare, la capillarità della partecipazione, anche se parrebbe un paradosso. L’insidia nascosta dietro tutto questo si manifestò per la prima volta , credo, intorno agli anni 90, quando durante i talk-show televisivi divenne abituale quantificare il consenso dell’audience attraverso le variazioni istantanee del consumo di elettricità. La vera natura del pericolo, tuttavia, venne fraintesa: le sinistre temettero frodi e manipolazioni dei risultati ma, credo, che l’autentico pericolo risiedesse , piuttosto, nella loro veridicità. Già oggi internet ci offre la possibilità di interpellare, in tempo reale e costo zero, grandi moltitudini di cittadini e la diffusione di internet è destinata a salire in modo logaritmico nei prossimi anni. Questo rappresenta una grossa novità: se in passato, a causa dei grandi costi economici e sforzi organizzativi si ricorreva eccezionalmente alla consultazione delle masse e solo per motivi di grande significato politico e sociale (aborto, divorzio etc), oggi l’astensione dalla consultazione popolare sistematica è una libera scelta. Nulla ci impedirebbe, infatti, di consultare via internet gli italiani in merito alla possibilità di ricevere il Dalai Lama al Quirinale piuttosto che di incrementare di 20 centesimi il prezzo del gasolio per autotrazione. Ma una Democrazia che si fondasse sulla larghissima partecipazione popolare sarebbe in grado di sopravvivere? Avremmo forse la necessità di limitare le consultazioni a temi selezionati? Ma, quali? Non il fisco, sicuramente, ma l’economia, la giustizia? E i grandi temi etico-politici di interesse generale? Avrebbero questi referendum telematici solo un valore consultivo o, piuttosto, esprimendo essi la più genuina volontà del popolo, dovrebbero essere sollecitamente ratificati in decreti legislativi? Avrebbe ancora spazio , mi chiedo, un Governo che per risolvere un grave problema di bilancio, fosse costretto a somministrare una “ medicina amara”? Potrebbe sopravvivere alla consultazione di massa? ( In questo momento sto pensando alla Grecia). L’unica azione di governo sostenibile, quindi, non potrebbe che essere quella demagogica e populistica, in stile perennemente pre-elettorale, che si sa essere la peggiore.
E’ destinata quindi la Democrazia a morire di Democrazia?
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