Perché un impegno civico nella Città di Ghedi? Certo non per risentimento o incondizionata sfiducia verso le forze politiche, bensì per la ferma convinzione che l’ impegno civico sia, in un consorzio civile, espressione di maturità sociale e modernismo nonché la forma migliore, perché non mediata, di interazione tra la “gente” e le istituzioni. Sono passati i tempi in cui le amministrazioni locali identificavano i propri confini mentali con i confini comunali. Siamo nel terzo millennio, nell’era della globalizzazione dove i problemi finanziari dell’Europa si ripercuotono sul nostro lavoro quotidiano e dove i problemi del mondo influenzano ogni giorno la nostra vita. I nostri figli frequentano classi multietniche, i fatti drammatici della cronaca internazionale riempiono le pagine dei giornali, quasi in ogni casa Internet ci apre una finestra sul mondo in tempo reale; anche la nostra lingua italiana sta rapidamente cambiando. Siamo chiamati a riflettere ed esprimere le nostre opinioni sui grandi temi d’attualità se vogliamo cercare di governare la nostra vita e se abbiamo l’ambizione di preparare per i nostri figli un mondo migliore, o, forse, più realisticamente, un mondo possibile. Non è più eticamente accettabile rinchiudersi nei propri obiettivi minimalisti, far finta che nulla accada al di la dei filari di gelsi che da sempre delimitano il nostro comune. Siamo cittadini del mondo e come tali ci poniamo di fronte ai problemi.
Amiamo la democrazia e la libertà, ma quale democrazia, quale libertà ? Crediamo che non basti organizzare libere elezioni per definirci autenticamente democratici: vogliamo di più, vogliamo una democrazia di “ secondo livello” garante del pluralismo, del confronto democratico e della critica razionale, delle pari opportunità, del rispetto (e non della semplice “tolleranza”) delle minoranze. Abbiamo la consapevolezza che i grandi balzi in avanti della civiltà della storia sono scaturiti dall’incontro e non dallo scontro delle culture, a partire dall’Ellenismo, frutto dell’incontro della Persia e della Grecia , a cui ci piace ricondurre le nostri tradizioni democratiche, per passare, a titolo di esempio, attraverso il grande impero Moghul ( incontro di Animismo Mongolo, Buddismo, Confucianesimo, Islamismo, Induismo), alla grande fioritura dell’Andalusia del basso Medioevo in cui le grandi “Religioni del Libro” -Islamismo, Cristianesimo, Ebraismo- si
coalizzano producendo un meraviglioso anticipo del rinascimento europeo. Abbiamo imparato a imparare dagli altri. Vogliamo essere rispettosi e tolleranti con tutti, meno che con gli intolleranti. Saremo garanti delle libertà e delle tradizioni degli altri ma non accetteremo imposizioni: continueremo, per essere più espliciti, a lasciare appesi i nostri crocifissi nelle scuole e non faremo parte di coloro che dicono “si” perché non sanno dire “no”. La nostra accoglienza avrà un costo, che altro non sarà che il rispetto di ciò a cui siamo più affezionati: la nostra Democrazia e la nostra Libertà. Abbiamo detto della Democrazia, parliamo ora della Libertà. Quale libertà? Non solo la libertà positiva, che mal sopporta il peso delle Istituzioni e vive le regole della convivenza democratica come imposizioni e limitazioni, bensì un concetto per così dire “integrale” del pensiero liberale, capace di tutelare le categorie deboli, i giovani, i malati, gli anziani. Lontani dall’idea dello Stato assistenzialista, ma cari all’idea di uno Stato garante. Abbiamo imparato che quando tutto va bene, l’economia progredisce e la ricchezza abbonda mal si sopporta il “giogo” dello Stato, ma sappiamo anche che nei grandi periodi di crisi sono le grandi masse di persone vulnerabili che pagano il terribile prezzo del vuoto delle istituzioni: le grandi carestie, per esempio, che portano milioni di morti, sono un fenomeno esclusivo dei paesi a basso tenore democratico,e questo, chiaramente non è riconducibile a semplici variabili metereologiche. Siamo affezionati alla nostra Democrazia e crediamo sia un modello da proporre, da tutelare. Non siamo però presuntuosi al punto da credere che la
Democrazia sia un prodotto esclusivo della nostra storia e della nostra cultura; in ogni continente si sono avuti periodi di grande liberalismo e Democrazia, seppur in contesti culturali diversi, siano essi Africani, Arabi piuttosto che Indiani: la “Democrazia degli Altri”. Crediamo però che la violenza non sia il metodo giusto per promuovere la Democrazia. I governi illiberali si contrastano con apporti di cultura, le popolazione oppresse dai tiranni si aiutano con apporti di benessere: la Storia si cambia con l’impegno negli anni, non con settimane di violenza e di guerra. Ma il nostro non è pacifismo incondizionato, buonismo demagogico. Siamo convinti che tutto quel che abbiamo conquistato in termini di Democrazia e Libertà debba essere difeso, anche con la forza, come ultima risorsa. Crediamo nella dignità di tutti gli uomini e siamo convinti che la vera mortificazione non sia solo nella povertà, ma anche nella mancanza di opportunità. Non abbiamo dimenticato di appartenere a un popolo che agli inizi di questo secolo ha vissuto il dramma dell’emigrazione e sappiamo quanto siano umilianti l’emarginazione e la discriminazione: non abbiamo dimenticato Sacco e Vanzetti. Stimiamo e sosteniamo l’idea del volontariato e della solidarietà sociale, ideali che trascendono i “singolarismi” politici e gravitano in un orbita che, essendo propria della dignità umana, non può che superare i confini degli Stati e delle razze. Crediamo nella Scienza condotta con rigore e onestà, libera da condizionamenti, che progredisce attraverso il razionalismo critico, per tentativi ed errori, ma sappiamo riconoscere la differenza che c’è tra progresso scientifico, che si basa sul concetto di “possibilità” , e progresso umano che si fonda anche sul progresso scientifico ma lo filtra secondo i criteri della convenienza e dell’etica. Ci piace ricevere le critiche degli altri , che non intendiamo come attacchi diretti alla nostra persona, ma come un indispensabile collaudo e affinamento per capire se le nostre teorie reggono alla prova dei fatti. Crediamo nella validità delle Scienze Sociali, ma siamo lontani da qualsiasi forma di oggettivismo e materialismo storico. Memori dei fallimenti storici degli “stati autoritari” diffidiamo dai grandi progetti di “ingegneria sociale” che, in nome di ideali grandi, o presunti tali, vorrebbero imporci anni di infelicità e privazioni della libertà. L’unico grado di libertà a cui volentieri rinunciamo, e che riteniamo sia un postulato indispensabile della convivenza democratica, è quello funzionale alla garanzia della libertà e del rispetto del nostro prossimo. Riconosciamo come valori fondamentali quelli dell’ecologia e del rispetto della natura; ci è caro il concetto di “risorsa sostenibile” intendendo con questo una potenzialità sfruttabile che la natura è in grado di assorbire e reintegrare senza allontanarsi dal suo punto di equilibrio biologico. Crediamo nella cultura e nella libera espressione del proprio talento. Siamo diffidenti dai grandi mezzi di comunicazione che tendono ad appiattire e massificare, a imporre ai nostri figli modelli che altri hanno deciso per noi , fondati sul consumismo. Guardiamo con sospetto i nuovi profeti della televisione che cavalcano subdolamente il concetto di trasposizione di autorità: ci piacerebbe che le soubrette si limitassero a ballare e cantare e i presentatori non si trasformassero in creatori di opinioni o in veggenti o esperti in telemedicina. Siamo lontani da qualsiasi forma di orgoglio razziale, che da sempre ha generato mostri, ma siamo al contempo legati alle nostre tradizioni. Siamo perciò refrattari a importare modelli sociali preconfezionati da altre nazioni che differiscono da noi in quanto a storia, cultura, tradizioni. Non ci è estraneo il concetto di “affinità mediterranea” piuttosto che identità “Occidentale”. Non siamo perciò disposti a adottare passivamente costumi clonati da contesti sociali che pure rispettiamo, come quello Americano, ma che sono diversi dal nostro. Rimpiangiamo l’idea della “Famiglia Cristiana” con tutto ciò che ad essa si ricollega: solidarietà familiare, aiuto reciproco, coabitazione, assistenza agli anziani, cure parentali e crediamo che in questa direzione si debba lavorare, anche nell’ottica di un recupero “laico” di questi valori. Stiamo assistendo a un ribaltamento dei rapporti tra società e famiglia. La società non è più un insieme di famiglie, la proiezione su larga scala, in ambito sociale, delle nostre relazioni umane e interpersonali, ma piuttosto è vero il contrario: vediamo proiettate nella famiglia le contraddizioni, le pulsioni, le conflittualità del sociale nonché le ambizioni consumistiche che ci vengono surrettiziamente imposte dalla pubblicità: oggi i ragazzi si tengono per mano e sognano i futuri acquisti davanti alle vetrine. Siamo consapevoli delle nuove grandi difficoltà del mondo femminile che, benché sia sempre più intergrato nel mondo del lavoro, continua a sostenere l’impegno della gestione della casa e dei figli e della conseguente necessità che le istituzioni offrano un supporto affidabile ed economicamente sostenibile alle famiglie. Apprezziamo sempre più l’impegno sociale della Chiesa e delle istituzioni Cattoliche che hanno saputo lasciarsi alle spalle ogni forma di settarismo e di tentazione autoritaristica in favore di un impegno più universale centrato sui tradizionali valori Cristiani ma anche sui grandi valori dell’umanità quali la Pace, la solidarietà e la civile convivenza democratica, pronunciandosi inoltre in favore della libera espressione della propria fede, qualunque essa sia, purché funzionale all’affrancamento morale di ogni individuo. Potrà sembrare a qualcuno un orizzonte troppo vasto, ma non è così. Lavorare con efficienza ed efficacia nel quotidiano, curare e governare la nostra piccola città di Ghedi, avanzare a piccoli passi verso la meta, non ci esime dal guardare lontano perché possiamo esser certi d’aver imboccato una strada che altri, dopo di noi, potranno continuare con soddisfazione.
| Succ. > |
|---|



Chi siamo



















